Klaus Lang & Konus Quartett – Drei Allmenden

Cubus, 2021
drone, microtonal

(ENGLISH TEXT BELOW)

Di per sé stesso, il suono non è né sacro né profano, e nemmeno il contesto in cui si manifesta può davvero connotarlo in un senso o nell’altro. Specialmente nell’ultimo decennio questo discrimine è divenuto vieppiù sottile, in quanto molti musicisti si sono riavvicinati a una forma di composizione trascendentale che ridà al suono puro – idealmente “oggettivato” – una centralità assoluta nello spontaneo sviluppo drammaturgico di un’opera; nuove espressioni “sacrali” di musica drone e microtonale si stanno sviluppando attorno a ricerche sonore radicate nelle pratiche d’ascolto profondo di Pauline Oliveros e di Éliane Radigue, pioniere delle quali oggi è finalmente riconosciuta l’enorme statura artistica.

Così anche la suite tripartita realizzata dal compositore Klaus Lang assieme al Konus Quartett, formato dai sassofonisti Christian Kobi, Fabio Oehrli, Jonas Tschanz e Stefan Rolli: dopo i duetti improvvisati di Hidden Place of Return (2021), Cubus Records dà alle stampe un altro intenso documento datato alla “tregua” estiva dell’anno pandemico; Drei Allmenden è stato infatti presentato dal vivo nelle città di Thun, Zurigo e Berna nell’agosto 2020, in vari contesti all’aria aperta e in chiesa. L’utilizzo dell’armonium al posto dell’organo a canne ha permesso di ricreare ovunque lo stesso setting in acustico, stanti le variabili diffusorie di ciascun luogo scelto per l’esecuzione.

Il primo, timido riavvicinamento al pubblico in presenza avviene con una meditazione microtonale di sobria solennità, nella quale i toni sostenuti e intermittenti dei sax scivolano dentro e fuori dalla nebulosa di ariose risonanze alimentata da Lang, allineandosi e divergendo con glissati che continuamente si intersecano l’uno nell’altro. Una polifonia di successioni intervallari che solo per brevi istanti paiono risolversi in armonie perfette, ma che di fatto si avvicendano in un processo di graduale e perpetuo mutamento, un’oscillazione che ricalca le transizioni cromatiche e chiaroscurali di un time-lapse impressionistico.

Rinfocolato da sparute saturazioni acustiche, il tenue bagliore di Drei Allmenden è un vibrante moto dell’anima in grado di travalicare – quantomeno in termini percettivi – le qualità intrinseche agli strumenti impiegati nella performance, dispiegando una volta di più il potenziale suggestivo del suono come materia nuda, scevrata da ogni evidente volontà autoriale per manifestarsi, con assoluta pregnanza, in quanto tale.


Considered in itself, sound is neither sacred nor profane, and not even the context in which it occurs can really connote it in one sense or another. Especially in the last decade this distinction has become increasingly subtle, as many musicians have reunited with a form of transcendental composition that gives pure sound – ideally “objectivated” – an absolute centrality in the natural dramaturgical development of a work; new “sacral” expressions of drone and microtonal music are developing around sound researches rooted in the deep listening practices of Pauline Oliveros and Éliane Radigue, pioneers whose enormous artistic stature is now finally being recognized.

Thus also the tripartite suite conceived by composer Klaus Lang together with the Konus Quartett, formed by saxophonists Christian Kobi, Fabio Oehrli, Jonas Tschanz and Stefan Rolli: after the improvised duets of Hidden Place of Return (2021), Cubus Records releases another intense document dated to the summer “truce” of the pandemic year; Drei Allmenden was in fact presented live in the cities of Thun, Zurich and Bern in August 2020, in various open-air contexts as well as in church. The use of the harmonium instead of the pipe organ made it possible to recreate the same acoustic setting everywhere, notwithstanding the diffusion variables of each location chosen for the performance.

The first timid rapprochement with the audience in presence occurs through a microtonal meditation of sober solemnity, in which the sustained and intermittent tones of the saxophones slide in and out of the nebula of airy resonances fueled by Lang, aligning and diverging with glissati that continuously intersect into each other. A polyphony of intervallic sequences that only for brief moments seem to resolve into perfect harmonies, but which in fact alternate within a process of gradual and perpetual shifting, an oscillation that reproduces the chromatic and chiaroscuro transitions of an impressionistic time-lapse.

Rekindled by meager acoustic saturations, the tenuous glow of Drei Allmenden is a vibrant movement of the soul capable of exceeding – at least in perceptual terms – the intrinsic qualities of the instruments involved in the performance, deploying once more the suggestive potential of sound as naked matter, free from any seeming authorial will to instead manifest itself, with absolute significance, as it is.

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