Christian Kobi – Hidden Place of Return

Cubus, 2021
free improvisation

(ENGLISH TEXT BELOW)

Per tutti quanti il 2021 vuole – e dovrà – essere l’anno del ricongiungimento, il tempo della riconquista di ciò che chiamavamo normalità, pur sapendo che non lo era affatto. È stata la solitudine vera e duramente vissuta a porre ogni cosa in una nuova prospettiva, indubbiamente distorta e viziata, instillandoci il desiderio di tornare indietro e di riacclimatarci con un’instabilità perversamente confortevole. L’artista sperimentale, invece, sembra quasi trovarsi più a suo agio con l’ignoto che gli si para di fronte, e persino l’attimo presente gli sta troppo stretto, così che l’immobilità forzata equivale alla soppressione di qualunque prospettiva, l’attesa l’unica e inadeguata forma di esorcismo a disposizione.

Per il sassofonista svizzero Christian Kobi non poteva esserci un momento storico più appropriato per la pubblicazione di Cathedral (Buh Records, 2020), esplorazione autoriferita tra le mura di un ex capannone, sorta di punto zero di una poetica sonora che brama e si alimenta nell’incontro con l’altro, sia esso un riflesso acustico incondizionato o un’entità senziente del tutto distinta.
In un certo senso, dunque, le sessioni di Hidden Place of Return arrivano a rappresentare la cronaca degli ipotetici primi passi fuori dal sé, oltre che fuori. Come aprendo una parentesi nel mezzo del lockdown – una meritata tregua dall’isolamento – nel giugno 2020 Kobi ha invitato sei musicisti a dialogare con lui a turno, in una cava presso Gurten, a sud di Berna.
Finalmente all’aria aperta, accompagnati dal rassicurante canto degli uccelli, non si è tuttavia dato sfogo a un’espressività dirompente e liberatoria, ponendosi piuttosto allo stesso livello con l’imperturbabile equilibrio dell’ecosistema naturale: un agire sonoro, dunque, che ancora una volta si piega all’egemonia benigna dell’ascolto come elemento portante e canovaccio di una drammaturgia autenticamente spontanea.

Excerpts from Cubus Records website

È soltanto in quest’ottica che nessun evento può davvero apparire come accidentale, se lo si accoglie invece come un input necessario e ineludibile nel portare a compimento una determinata istanza para-musicale. Quello che sulla carta dovrebbe considerarsi un duo è sempre, in definitiva, un trio con la viva presenza dell’ambiente circostante, ignaro co-protagonista dei pensosi ed ermetici interplay tra Kobi e i suoi inediti interlocutori (solo Christian Müller aveva già collaborato a pieno titolo con l’improvvisatore svizzero).
Ancor più che con altri strumenti a fiato come la tuba (Marc Unternährer) e il sax tenore (Antoine Chessex) – voci in qualche modo complementari ai solipsismi atonali o del tutto afoni di Kobi –, i confronti dal maggior potenziale rivelatorio sono quelli con le percussioni (Camille Emaille, Julian Sartorius), l’elettronica (il summenzionato Müller), persino un’improbabile spinetta (Jacques Demierre); identità che in apparenza risulta quasi impossibile collocare legittimamente in un tale contesto, ma che spesso trovano invece le rispondenze più pregnanti e serendipitose con le ferventi dinamiche del regno animale e con la possanza atmosferica degli elementi.

Sondare i più reconditi recessi timbrici degli strumenti entra allora a far parte di un’ecologia sonora “aumentata” – talvolta timida e interstiziale, talaltra sottilmente esasperata – che ingloba le alterità più disparate come fossero, di fatto, le imperfette fioriture di un medesimo terreno fertile. Non vi è voce realmente estranea laddove riesce a instaurarsi un’arrendevolezza performativa (da non confondersi con la passività) capace di svelare armonie oblique e inusitate, sorrette da logiche né meramente imitative né del tutto astratte, come fenomeni lungamente preesistenti e sinora inaccessibili – o meglio inacceduti.


For all of us 2021 should – and must – be the year of rejoining, the time to regain what we used to call normality, knowing well that it wasn’t that at all. A veritable, hard-lived loneliness ended up putting everything in a new perspective, although an undoubtedly distorted and flawed one, instilling in us the desire to go back and re-acclimate ourselves with a perversely comfortable instability. The experimental artist, on the other hand, seems to be almost more at ease with the unknown facing him, while even the present moment is too narrow for him, so that forced immobility is equivalent to the suppression of any perspective at all, waiting being the only and inadequate form of exorcism at hand.

For Swiss saxophonist Christian Kobi there couldn’t have been a more appropriate historical moment for the release of Cathedral (Buh Records, 2020), a self-centered exploration within the walls of a former high-bay warehouse, a kind of zero point for a sound poetics that craves and thrives on the encounter with the other, be it an unconditioned acoustic reflection or a completely distinct, sentient entity.
Thus, in a certain sense, the sessions of Hidden Place of Return come to represent the chronicle of the hypothetical first steps outside the self, as well as outside. As if opening a parenthesis in the middle of the lockdown – a well-deserved respite from isolation –, in June 2020 Kobi invited six musicians to alternately dialogue with him in a quarry near Gurten, south of Bern.
Finally in the open air, accompanied by the reassuring song of birds, the musicians nevertheless didn’t give vent to a disruptive and liberating expressiveness, rather placing themselves on the same level with the imperturbable balance of the natural ecosystem: a sonic action, therefore, that once again bends to the benign hegemony of listening as the cornerstone and framework of an authentically spontaneous dramaturgy.

It is only from this point of view that no event can truly appear to be accidental, if instead it is accepted as a necessary and unavoidable input in bringing a certain para-musical instance to completion. What on paper should be regarded as a duo is always, ultimately, a trio with the living presence of the surrounding environment, the unaware co-protagonist of the pensive and hermetic interplay between Kobi and his novel partners (only Christian Müller was already a fully-fledged collaborator of the Swiss improviser).
Even more than with other wind instruments such as tuba (Marc Unternährer) and tenor sax (Antoine Chessex) – voices somehow complementary to Kobi’s atonal or completely aphonic solipsisms –, the confrontations of greatest revelatory potential are those with percussions (Camille Emaille, Julian Sartorius), electronics (the aforementioned Müller), even an unlikely spinet (Jacques Demierre); identities that are apparently almost impossible to legitimately place in such a context, but which instead often find the most meaningful and serendipitous correspondences with the fervent dynamics of the animal kingdom and with the atmospheric power of the elements.

Probing the innermost timbral recesses of the instruments, then, becomes part of an “augmented” sound ecology – sometimes timid and interstitial, other times subtly exasperated – which incorporates the most disparate alterities as if they were, in fact, the imperfect blossoms of the same fertile ground. There’s no truly extraneous voice where a performative acquiescence (not to be confused with passivity) manages to reveal oblique and unfamiliar harmonies, supported by neither merely imitative nor completely abstract logics, as phenomena long pre-existing and hitherto inaccessible – or rather unaccessed.

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