Mika Vainio – Last Live

Editions Mego, 2021
noise, glitch

(ENGLISH TEXT BELOW)

A me in fondo non dispiace l’idea che questo sia davvero il lascito finale di Mika Vainio. Non perché il guru dell’elettronica finlandese non avesse ormai più nulla da dire – tutt’altro, a giudicare anche dai progetti pubblicati postumi –, né per il fatto che questo live rappresenti una qualche summa del suo incompiuto percorso di sperimentazione. È soltanto una conclusione putativa e non un testamento volontario, ma malgrado ciò ci resta quantomeno l’opportunità di apprezzare un’uscita di scena aspra e incompromissoria, un affondo risoluto nel più radicale minimal/massimalismo analogico.

In qualunque club, museo o festival si esibisse, Vainio ne diventava il padrone: nello spazio di un’ora vi si instaurava un glaciale tiranno, e l’uscita serale non poteva che trasformarsi in una nerissima, feroce sessione d’ascolto senza mezzi termini. E anche in quel 2 febbraio 2017, evidentemente, fu fatta tabula rasa del Cave12 di Ginevra: se la forma conchiusa e “ufficiale” di ciò che sentiamo in questo archival a marchio Editions Mego la si deve al pre-editing di Stephen O’Malley e al missaggio di Carl Michael von Hausswolff, sta di fatto che le manipolazioni attuate da Vainio in questa fatale istanza sono tra le più abrasive e totalizzanti mai apparse a suo nome.


Sin dal supplizio di oscillazioni psicoacustiche dell’incipit, infatti, ci si ritrova molto più spesso invischiati sotto il peso di monolitici feedback e sfrigolanti schermi di rumore bianco che non tra le maglie di un pulsare ritmico altrettanto opprimente e implacabile, progenie di una drum machine oramai votata a un rigore spietato. Questa volta non si tratta di fine microchirurgia, bensì della più fragorosa manovalanza industriale, astratta dalle sue sembianze meccaniche e dispiegata in volumetrie sonore spropositate, al tacere delle quali rimane soltanto il più buio e asettico silenzio artificiale. Un nichilismo bifronte, dunque, che si misura tanto nelle frequenze soverchianti quanto nel loro spazio negativo, nell’altrettanto violenta e subitanea sottrazione dell’intero orizzonte uditivo, esercizio di una stessa inflessibile volontà sulla materia oscura generata da apparecchi brutalmente scalzati dall’inerzia.

Non c’è, beninteso, alcuna forma di indulgenza dovuta al fatto che si stia parlando di una figura centrale dell’elettronica contemporanea prematuramente scomparsa: negli ultimi anni ne abbiamo accolto testimonianze all’altezza (Lydspor One & Two, The Heat Equation) e altre un po’ meno convincenti (Mannerlaatta, Reat), tutte ulteriori riprove dell’indomita e inesausta progettualità artistica che lo ha guidato sino all’ultimo. Ciò detto, questo Last Live merita di essere salutato come un’eredità di tonante pregnanza, la cruda essenza di un impareggiabile scultore sonoro.


After all, I don’t mind the idea that this actually is Mika Vainio’s final legacy. Not because the Finnish electronics guru no longer had anything to say – far from it, also judging by his posthumously published projects – nor because this live show may represent a kind of summa of his unfulfilled experimental path. It’s just a putative conclusion and not a voluntary testament, but nonetheless we have at least the opportunity to appreciate a harsh and uncompromising departure from the scene, a resolute thrust into the most radical analogue minimal/maximalism.

In any club, museum or festival where he performed, Vainio became the overlord: in the space of an hour a glacial tyrant would establish himself there, and one’s night out could but turn into a pitch-black, ferocious listening session with no half measures. And on that 2nd February 2017 too, evidently, a clean slate was made of the Cave12 in Geneva: if the concluded and “official” form of what we hear on this Editions Mego archival must be credited to Stephen O’Malley’s pre-editing and to Carl Michael von Hausswolff’s mixing, the fact remains that the manipulations carried out by Vainio in this fatal instance are among the most abrasive and all-consuming ever published under his name.


Since the torture of psychoacoustic oscillations of the incipit, in fact, we find ourselves much more often entangled under the weight of monolithic feedback and sizzling screens of white noise than among the meshes of an equally oppressive and unrelenting rhythmic pulsation, the progeny of a drum machine by now devoted to a pitiless rigor. So this time it’s not a matter of fine microsurgery, but rather of the most roaring industrial grunt work, abstracted from its mechanical features and deplyed in disproportionate sonic volumes, after the suppression of which only the darkest and most aseptic artificial silence remains. A two-faced nihilism, then, that is measured both in the overwhelming frequencies and in their negative space, in the equally violent and sudden subtraction of the entire auditory horizon, the exertion of a same inflexible will on the dark matter generated by devices brutally spurred out of inaction.

Just to be clear, there’s no form of indulgence due to the fact that we’re talking about a central figure of contemporary electronics who passed away prematurely: in recent years we’ve accepted worthy testimonies (Lydspor One & Two, The Heat Equation) as well as somewhat less convincing ones (Mannerlaatta, Reat), all further proofs of the indomitable and inexhaustible artistic projectuality that guided him until the very end. That said, this Last Live deserves to be hailed as a legacy of thunderous poignancy, the raw essence of an unrivaled sound sculptor.

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