Room40: Alan Licht || Alexandra Spence

Alan Licht – A Symphony Strikes the Moment You Arrive (2021)

Alexandra Spence – A Necessary Softness (2021)



Alan Licht
A Symphony Strikes the Moment You Arrive

Room40, 2021
experimental, noise

Di norma chi accende un vecchio apparecchio radio cerca, come prima cosa, una stazione che trasmetta cose di suo gusto, e una volta individuata aggiusta le frequenze per far sì che il segnale sia quanto più possibile pulito e riconoscibile. Il musicista sperimentale, invece, vede semplicemente una straordinaria – e imprevedibile – macchina di produzione sonora, più attraente nelle sue manifestazioni imperfette o puramente cacofoniche che per la capacità di captare, con un incontro d’energie invisibili, emissioni d’origine lontanissima.
L’approccio di Alan Licht nei confronti della radio a onde corte è in certo modo una sineddoche della sua intera visione artistica: scavare a forza nei comuni strumenti e da essi “estirpare” i suoni più inconsueti e devianti, le fenomenologie inesplorate o ancora ricche di un difforme potenziale creativo.


La prima di due edizioni inaugurali in cassetta pubblicate nel ventennale di Room40, A Symphony Strikes the Moment You Arrive presenta due registrazioni dal vivo inedite (rispettivamente del 2008 e del 2012) che si ricollegano in modi differenti alla produzione ormai storicizzata del sound artist americano, e in particolare all’iconica collage-suite “A New York Minute”, inclusa nell’omonimo doppio album pubblicato nel 2003 da XI Records. Ma se l’intento di quel brano era ricercare una forma di musicalità entro il flusso cantilenante e affettato delle previsioni del tempo quotidiane, nella sessione della presente title track prevale l’estatico abbandono a una cangiante saturazione noise, attraversando spesse coltri di ronzii e feedback per sprigionare una sinfonia del caos di imponente fisicità, torbida e stratificata come i muri analogici del primo Merzbow – recentemente ritornato, infatti, tra i prediletti del patron Lawrence English.
Dopo quattordici minuti di ottundente e palpitante totalismo, con solo parziali accenni a una riconoscibilità mimetica, l’affioramento spontaneo di un’enfatica melodia vocale accompagnata al pianoforte, per alcuni intensi attimi, controbilancia miracolosamente l’impeto deformante imperversato fino a quel punto, prima di un roboante gran finale ancor più sfigurante e affollato.

Commissionato dalla videoartista Birgit Rathsmann in accompagnamento a un’opera basata su riprese satellitari di uragani, “Room for Storms” trasmuta la superficie della chitarra in un paesaggio dipinto con tratto agitato e nondimeno risoluto: come osarono prima di lui i pionieri della controcultura rock Glenn Branca e Lee Ranaldo, per questa performance Licht infila un cacciavite tra le corde amplificate e ne ricava bordoni, texture para-ritmiche e ipertoni in progressiva accumulazione; un’ondata di distorsioni che alterna masse oscure e minacciose a squarci di luce accecante, digressioni in modo minore e solenni fanfare da giorno dell’Apocalisse, in un perpetuo baluginio di alterazioni microtonali. Ma le peculiarità fenomeniche finiscono quasi per passare in secondo piano rispetto alla tensione trascendente dell’azione creatrice, del tuono che squassa lo spazio acustico e lo riveste di un filtro potentemente allucinatorio.


Typically, when turning on an old radio set one starts looking for a station broadcasting stuff to one’s taste, and then, once identified, adjusts the frequencies to ensure that the signal is as clean and recognizable as possible. What the experimental musician sees, on the other hand, is simply an extraordinary – and unpredictable – machine of sonic production, more attractive in its imperfect or purely cacophonic manifestations than for its ability to capture, through the encounter of invisible energies, emissions of very distant origin.
In a way, Alan Licht’s approach to shortwave radio is a synecdoche to his entire artistic vision: digging by force into common instruments and “weeding out” the most unusual and deviant sounds, phenomenologies unexplored or still rich in their divergent creative potential.

First of two inaugural cassette editions released in celebration of Room40’s twentieth anniversary, A Symphony Strikes the Moment You Arrive features two unreleased live recordings (from 2008 and 2012 respectively) that are linked in different ways to the by now historicized production of the American sound artist, and in particular to the iconic collage-suite “A New York Minute”, included in the equally titled double album from 2003 on XI Records. But if the intent of that piece was to seek a form of musicality within the sing-song and affected flow of daily weather forecasts, in the session of the present title track prevails the ecstatic abandonment to an iridescent noise saturation, crossing thick blankets of hums and feedback to unleash a chaos symphony of imposing physicality, cloudy and layered like the analog walls of early Merzbow – recently returned, in fact, among the favorites of label owner Lawrence English.
After fourteen minutes of throbbing, mind-numbing totalism, with only partial hints of a mimetic recognizability, the spontaneous emergence of an emphatic vocal and piano melody miraculously counterbalances, for a few intense moments, the distorting impetus that raged up to that point, before a thunderous grand finale that is possibly even more disfiguring and bustling.

Commissioned by video artist Birgit Rathsmann to accompany a work based on satellite footage of hurricanes, “Room for Storms” transmutes the surface of the guitar into a landscape painted with an agitated yet resolute stroke: as pioneers of rock counterculture Glenn Branca and Lee Ranaldo dared before him, for this performance Licht slips a screwdriver between the amplified strings to generate drones, para-rhythmic textures and overtones in progressive accumulation; a wave of distortions alternating dark, menacing masses with glimpses of blinding light, minor digressions and solemn fanfares from Apocalypse day, in a perpetual glimmer of microtonal alterations. But the phenomenal peculiarities end up being almost overshadowed by the transcendent tension of the creative act, of the thunder that shakes the acoustic space and covers it with a powerfully hallucinatory filter.


Alexandra Spence
A Necessary Softness

Room40, 2021
sound art, electroacoustic

All’esordio su Room40 due anni fa con Waking She Heard the Fluttering (2019), l’australiana Alexandra Spence si inserisce nel solco della sound art più ermetica e obliquamente suggestiva, non distante dai giardini artificiali (interiori) di Félicia Atkinson. Nell’immaginario ipnotico e fluttuante di A Necessary Softness – seconda edizione in cassetta per il ventennale della label di Lawrence English – la dimensione onirica diviene uno spazio traspirante e osmotico in relazione a sorgenti acustiche più concrete, sparute tracce di un naturalismo decontestualizzato e dunque non più chiaramente interpretabile.


Percorsi da frammenti documentali da periodi di vita trascorsi a Vancouver e Hong Kong, i due brani estesi e portanti dell’opera sono scenari enigmatici facenti capo a una memoria sensoriale distorta, tersi e inafferrabili all’apparenza ma perciò stesso anche profondamente irrisolti, non riconducibili a forme descrittive lineari. In questo contesto il timbro caldo e rotondo del clarinetto si confonde con quello oggettivante delle sine waves, il crepitio della pioggia sul terreno erboso imita una punteggiatura di microscopici glitch digitali: nel mutevole intreccio di livelli sonori, spaziali e temporali concomitanti, Spence mira a sviare con delicatezza dai gradi di familiarità e dalle aspettative dell’ascoltatore, alterando e problematizzando anche quegli elementi che potrebbero lecitamente dare adito a un reflusso nostalgico – campionamenti e recitati che costituiscono soltanto l’esile abbozzo di una narrazione topologica.

Di carattere tendenzialmente atmosferico ma tutt’altro che conciliante, A Necessary Softness si dà come un quadro di tiepida assuefazione la cui vena espressionista deriva dall’accettazione dell’impossibilità di restituire, più o meno fedelmente, l’ibridazione tra il vissuto contingente e la sua ricodifica a posteriori. L’unica via percorribile rimane quella dell’astrazione: sostituendosi al normale flusso di coscienza, le molteplici manifestazioni sonore raccolte e assemblate da Alexandra Spence riescono, in qualche modo, a offrire un provvisorio simulacro di verosimiglianza percettiva.


At her debut on Room40 two years ago with Waking She Heard the Fluttering (2019), Australia’s Alexandra Spence fits into the context of the most hermetic and obliquely evocative sound art, not far from Félicia Atkinson’s artificial (inner) gardens. In the hypnotic and floating imagery of A Necessary Softness – the second cassette edition for the twentieth anniversary of Lawrence English’s label – the oneiric dimension becomes a transpiring and osmotic space in relation to more concrete acoustic sources, scattered traces of a naturalism decontextualized and, therefore, no longer clearly interpretable.

Crossed by documentary fragments of life periods spent in Vancouver and Hong Kong, the two extensive and foundational pieces of the work are enigmatic scenarios relating to a distorted sensorial memory, terse and intangible in appearance but because of that also deeply unresolved, not attributable to linear descriptive forms. In this context, the clarinet’s warm and round timbre merges with the objectifying one of the sine waves, the crackle of rain on the turf imitates a punctuation of microscopic digital glitches: in the mutable intertwining of concurrent sonic, spatial and temporal levels, Spence aims to divert with delicacy from the degrees of familiarity and from the listener’s expectations, altering and problematizing even those elements that could legitimately give rise to a nostalgic reflux – spoken word and field recordings which constitute just the faint sketch of a topological narrative.

With a tendentially atmospheric but far from conciliatory character, A Necessary Softness gives itself as a picture of tepid addiction whose expressionist vein derives from the acceptance of the impossibility of restoring, more or less faithfully, the hybridization between contingent experience and its subsequent recoding. The only viable path remains that of abstraction: in replacing the normal flow of consciousness, the manifold sonic manifestations collected and assembled by Alexandra Spence manage, in some way, to offer a provisional simulacrum of perceptual verisimilitude.

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