François J. Bonnet & Stephen O’Malley – Cylene Suisse Redux

Editions Mego, 2021
drone, dark ambient

(ENGLISH TEXT BELOW)

Inspiegabilmente sottovalutato – se non del tutto ignorato – persino dal suo pubblico di riferimento, due anni fa Cylene (2019) traslava le coordinate della nuova musica ambient/drone verso una dimensione di radicale understatement, paragonabile all’ombra o alle ceneri dell’espressionismo saturante emerso nel decennio precedente: con la rielaborazione in studio delle tracce di chitarra elettrica – lontana anni luce dalle catartiche distorsioni dei Sunn O))) –, François Bonnet e Stephen O’Malley davano corpo a una visione sonora rarefatta, opacizzante e al contempo lucidissima nel suo lento e ponderoso dispiegarsi, compiuta e immaginifica a tal punto da costituire uno dei più pregnanti esiti delle ricerche condotte negli anni da entrambi i suoi fautori, oramai habitué di casa Editions Mego.

Per questo stesso motivo un comune live album avrebbe forse aggiunto pochi elementi al delineamento dello spazio acustico fissato con tale efficacia su disco: il senso di una copia conforme – da un punto di vista estetico ma non esecutivo, s’intende – poteva dunque emergere soltanto da una documentazione “filtrata”, non oggettiva, affidata alla libera reinterpretazione di due profili opposti ma parimenti distintivi: lo sperimentatore a tutto campo Jim O’Rourke e il guru del minimal-glitch giapponese Ryoji Ikeda.
Ecco allora ciò che rimane (‘redux’) del tour svizzero intrapreso da O’Malley e Bonnet a supporto del progetto: un sedimento parziale e arbitrario, a sua volta riversato su due facciate di vinile, ri-prodotto con sensibilità e assoluta coerenza attraverso l’ascolto ulteriore di due agenti esterni, coinvolti sulla fiducia in virtù di consolidati legami personali e artistici.


Ha dell’incredibile il livello di riconoscibilità che l’impronta di Jim O’Rourke ha assunto nel tempo, nonostante l’eclettismo degli anni giovanili: nel singolare ‘assemblaggio’ concepito a partire dalle registrazioni live, piani temporali distinti convergono in quello che appare come il riflesso fantasmatico della camera fenomenica circoscritta dall’interplay del duo; un intervento di mistificazione che arriva a rendere ancor più diafano e impalpabile il carattere chiaroscurale delle loro indagini, e attraverso cui O’Rourke li traghetta nella sua non dichiarata utopia dell’assenza autoriale e stilistica, scevra insomma da qualsiasi sovrastruttura che possa frapporsi all’esperienza del puro ascolto.

In alcun modo invasiva, invece, la lettura offerta da Ryoji Ikeda – di fatto alla sua prima comparsata presso l’etichetta austriaca, essendo storicamente rappresentato dalle comprimarie Touch e raster-noton –: ciò che il meticoloso sound designer va ricercando è l’essenza incorrotta di quelle sessioni, un “close-up” attraverso il quale si manifesti appieno il potere evocativo delle nuances (micro)tonali intessute da Bonnet e O’Malley. Il tocco di Ikeda sulla sequenza continua da lui selezionata si riduce, probabilmente, a qualche accentuazione e bilanciamento in fase di missaggio, laddove per il resto la sua “carta bianca” rimane tale, in riverente contemplazione di un connubio espressivo che si riconferma in tutta la sua solenne suggestione.


François Bonnet / Stephen O’Malley

Inexplicably underrated – if not completely ignored – even by its relevant public, two years ago Cylene (2019) shifted the coordinates of the new ambient/drone music towards a dimension of radical understatement, comparable to the shadow or the ashes of the saturating expressionism which emerged in the previous decade: with the studio reworking of the electric guitar tracks – light years away from the cathartic distortions of Sunn O))) –, François Bonnet and Stephen O’Malley gave body to a rarefied, opaque sonic vision that was also utterly lucid in its slow and ponderous unfolding, accomplished and imaginative to the point of constituting one of the most meaningful outcomes of the research carried out over the years by both of its architects, now among the regulars of the Editions Mego label.

For this same reason, an ordinary live album would perhaps have added few elements to the delineation of the acoustic space captured with such effectiveness on the record: the meaning of a carbon copy – from an aesthetic and not executional standpoint, of course – could have therefore emerged only from a “filtered”, non-objective documentation, entrusted to the free reinterpretation of two opposite but equally distinctive profiles: all-round experimentalist Jim O’Rourke and Japan’s minimal-glitch guru Ryoji Ikeda.
Here then is what remains (‘redux’) of the Swiss tour undertaken by O’Malley and Bonnet in support of their project: a partial and arbitrary sediment, in turn pressed on two vinyl sides, re-produced with sensitivity and absolute coherence via the ulterior listening of two external agents, involved on trust by virtue of consolidated personal and artistic bonds.

The level of recognizability that Jim O’Rourke’s signature has acquired over time, despite the eclecticism of his early years, is somewhat incredible: in the singular ‘assemblage’ conceived on the basis of the live recordings, separate temporal planes converge in what appears like the phantasmatic reflection of the phenomenic chamber circumscribed by the duo’s interplay; an act of mystification that makes the chiaroscuro features of their investigations even more diaphanous and impalpable, and through which O’Rourke leads them into his undeclared utopia of authorial and stylistic absence, liberated from any superstructure that may interfere with the experience of pure listening.

In no way invasive, instead, is the reading offered by Ryoji Ikeda – actually on his first appearance with the Austrian label, him being historically represented by peer imprints Touch and raster-noton –: what the meticulous sound designer looks for is the uncorrupted essence of those sessions, a “close-up” through which the evocative power of the (micro)tonal nuances woven by Bonnet and O’Malley can fully manifest itself. Ikeda’s touch on the continuous sequence he selected is probably reduced to some accentuation and balancing in the mixing phase, while for the rest his “carte blanche” remains such, in reverent contemplation of an expressive union that reconfirms itself in all its solemn suggestiveness.

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