Andy Stott – Never the Right Time

Modern Love, 2021
abstract UK bass

(ENGLISH TEXT BELOW)

Almeno per quanto riguarda il formato album si può certamente dire che, già da diverso tempo, Andy Stott si fosse estraniato dalle forme tipiche dell’elettronica ballabile, allontanandosi simbolicamente dal club ben prima che la crisi pandemica ci obbligasse tutti a fare altrettanto. È a partire dai grezzi inserti strumentali di Faith in Strangers (2014) che il producer britannico ha dimostrato di nutrire ambizioni compositive che si estendono ben al di là del battito sotterraneo della vita notturna, e che intendono piuttosto indagare l’interiorità per mezzo di soluzioni stilistiche oblique e ibridanti, talvolta addirittura prive di una netta struttura ritmica.

Anche il suo ultimo vero affondo nelle densità della dub techno, Luxury Problems (2012), aderiva con tale trasporto all’ipnotica trance delle pulsazioni cardiache da immergerci in un impero dei sensi di vivida suggestione erotica – in tal senso più confacente a un umido giaciglio che a un tipico dancefloor. E fu proprio in quella occasione che si stagliò per la prima volta l’inconfondibile timbro vocale di Alison Skidmore, in seguito pressoché inscindibile dalla parabola artistica di Stott e, a dire il vero, apparentemente esistente soltanto in funzione di essa. Never the Right Time torna a fondarsi in maniera preponderante sullo stesso inebriante connubio, integrando l’enfatico lirismo di Skidmore in cinque delle sue nove tracce.


Un’eco di primordiale kosmische musik introduce “Away Not Gone”, dove sfuggenti tapping di chitarra si riverberano copiosamente nell’immenso spazio circostante: un vuoto tutt’altro che asettico accoglie sorgenti acustiche irrelate tra loro, tra accenni di fanfare wagneriane e segnali radio da altre lontanissime latitudini, sino all’ingresso della voce che va moltiplicandosi tra le pieghe di un’atmosfera dal tepore amniotico. Poi la title track, come il tratteggio essenziale di un languido tema trip-hop, introduce una componente ritmica rigorosa che andrà poi a sfaldarsi nella paradossale vertigine di “Repetitive Strain”, dove è l’andirivieni dell’unica linea melodica a fornire un elemento di stabilità laddove, invece, i battiti d’intensità variabile collassano su sé stessi in un mashup inestricabile di geometrie che un istante dopo l’altro puntano verso una sempre diversa filiazione elettronica.


Nell’insieme continua ad essere il senso di profondità, la fuga prospettica del suono, a rendere inequivocabile l’impronta autoriale di Andy Stott: persino un semplice intermezzo come “When It Hits”, segnato da decise stoccate tonali, rimane sospeso in una camera di risonanza che ne propaga indefinitamente l’estensione; lo stesso avviene in ogni altra formulazione, dai più o meno impliciti rimandi all’iperuranico immaginario degli ultimi Autechre (“Don’t Know How”, “Answers”) ai synth retro-futuristici e al basso elettrico di “The Beginning” – vetta assoluta di pathos nostalgico – e al lamento discendente di “Dove Stone”, degno delle colonne sonore sci-fi del compianto Jóhann Jóhannsson. La conclusiva “Hard to Tell”, poi, arriva a compendiare ulteriori correnti d’ispirazione notturna e isolazionista nella liquida effettistica di una chitarra, evocando un viaggio di ritorno tra i bagliori della metropoli, confortati da suadenti effluvi dream-pop alla Mazzy Star.

Poeta libero nel ramificato ecosistema dell’elettronica contemporanea, Andy Stott continua ad accogliere nuove ed eterogenee influenze entro la sua singolare visione, cristallizzandole ogni volta in un amalgama di sorprendente coerenza interna. Never the Right Time va immancabilmente ad aggiungersi a una sequenza di opere coraggiose e distintive, riflesso di un’implacabile sete di rinnovamento espressivo che ha davvero pochi eguali nel suo panorama di riferimento.


At least with regards to the album format it can certainly be said that, for some time now, Andy Stott had estranged himself from the typical forms of dance electronics, symbolically departing from the club well before the pandemic crisis forced us all to do the same. It was starting from the raw instrumental inserts of Faith in Strangers (2014) that the British producer has shown compositional ambitions extending far beyond the underground beat of nightlife, rather aimed at investigating the interiority by means of oblique and hybridizing stylistic solutions, sometimes even devoid of a clear rhythmic structure.

Also his last proper delve into the densities of dub techno, Luxury Problems (2012), adhered with such transport to the hypnotic trance of the heartbeat as to immerse us in an empire of the senses of vivid erotic suggestion – in this sense more suited to a damp bed than to a typical dancefloor. And it was precisely on that occasion that, for the first time, emerged the unmistakable vocal timbre of Alison Skidmore, later almost inseparable from Stott’s artistic parable and, as a matter of fact, apparently existing only as a function of it. Never the Right Time goes back to being based predominantly on the same inebriating blend, incorporating Skidmore’s emphatic lyricism into five of its nine tracks.

An echo of primordial kosmische musik introduces “Away Not Gone”, where elusive guitar tappings reverberate profusely in the immense surrounding space: an emptiness that is anything but aseptic welcomes acoustic sources unrelated to each other, amidst hints of Wagnerian fanfares and radio signals from much more distant latitudes, up to the entry of the voice which multiplies itself between the folds of an atmosphere of amniotic warmth. Then the title track, like the essential sketching of a languid trip-hop theme, introduces a rigorous rhythmic component bound to fall apart in the paradoxical vertigo of “Repetitive Strain”, where it’s the comings and goings of a single melodic line that provides an element of stability where, on the other hand, the beats of variable intensity collapse on themselves in an inextricable mashup of geometries that, moment after moment, point towards always different electronic filiations.

Overall it’s the sense of depth, the vanishing point of sound, that makes Andy Stott’s authorial imprint unequivocal: even a mere interlude like “When It Hits”, marked by decisive tonal thrusts, remains suspended in a resonance chamber that indefinitely propagates its extension; the same happens in every other formulation, from the more or less implicit references to the hyperuranic imagery of the more recent Autechre (“Don’t Know How”, “Answers”) to the retro-futuristic synths and electric bass of “The Beginning” – the absolute pinnacle of nostalgic pathos – and the descending lament of “Dove Stone”, worthy of the late Jóhann Jóhannsson’s sci-fi soundtracks. The final “Hard to Tell”, then, manages to summarize further currents of nocturnal and isolationist inspiration via the liquid effects of a guitar, evoking a return journey through the glow of the metropolis, comforted by soothing dream-pop scents a la Mazzy Star.

A free poet in the multi-branched ecosystem of contemporary electronics, Andy Stott goes on embracing new and heterogeneous influences within his unique vision, each time crystallizing them in an amalgam of surprising inner coherence. Never the Right Time unfailingly adds to a sequence of courageous and distinctive works, the reflection of an insatiable thirst for expressive renewal which has very few equals in its field of reference.

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