Antoine Beuger – Jankélévitch Sextets

Apartment House

Another Timbre, 2020
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Con la sincera umiltà che contraddistingue gli artisti illuminati ma coi piedi per terra, Antoine Beuger parla della sua principale serie di brani da camera senza alcun infingimento: benché titolate in onore a varie figure illustri dell’arte e del pensiero europeo tra Medioevo e Novecento, si tratta infatti di opere scevre non soltanto da qualsiasi concettualismo, ma finanche da una marcata stilizzazione formale che ne comprometta l’accessibilità. Sono semplici partiture concepite per formazioni che variano da due a venti strumentisti e che, originando dalla stessa elementare modalità espressiva, sono volte a sondare il graduale mutamento delle pratiche relazionali e degli esiti armonici all’aumentare degli interpreti coinvolti.


Con la sincera umiltà che contraddistingue gli artisti illuminati ma coi piedi per terra, Antoine Beuger parla della sua principale serie di brani da camera senza alcun infingimento: benché titolate in onore a varie figure illustri dell’arte e del pensiero europeo tra Medioevo e Novecento, si tratta infatti di opere scevre non soltanto da qualsiasi concettualismo, ma finanche da una marcata stilizzazione formale che ne comprometta l’accessibilità. Sono semplici partiture concepite per formazioni che variano da due a venti strumentisti e che, originando dalla stessa elementare modalità espressiva, sono volte a sondare il graduale mutamento delle pratiche relazionali e degli esiti armonici all’aumentare degli interpreti coinvolti.

Se non la più importante, è quasi certamente la testimonianza più emblematica della poetica di Beuger, fondatore e figura centrale del collettivo internazionale Wandelweiser: ne dà prova la già consistente discografia dedicate alla serie, principalmente col marchio Another Timbre (“Cantor Quartets”, “Tschirtner Tunings For Twelve”, “Ockeghem Octets”) e più di recente con la slovena Inexhaustible Editions (“Dedekind Duos”). È ancora una volta l’etichetta di Simon Reynell a rappresentare il compositore olandese con la prima incisione dei suoi “Jankélévitch Sextets” (2004), occasione che vede inoltre l’inedita partecipazione di Apartment House, da molti anni tra gli ensemble di riferimento nell’esecuzione di brani Wandelweiser ma sinora mai confrontatisi con il repertorio beugeriano.

La maschera inespressiva che oggi la musica volentieri indossa probabilmente ricopre il proposito di esprimere l’inesprimibile all’infinito. […]
Il mistero musicale non è l’indicibile, ma l’ineffabile. L’indicibile, infatti, è la notte nera della morte e desolante non-essere, la cui tenebra impenetrabile come un muro invalicabile ci impedisce di accedere al suo mistero […] L’ineffabile invece, tutto all’opposto, è l’inesprimibile perché su di esso c’è infinitamente, interminabilmente da dire: tale è l’insondabile mistero di Dio; e l’inesauribile mistero dell’amore, che è il mistero poetico per eccellenza.[1]

È quantomai appropriato citare in questa sede le parole dello stesso filosofo francese Vladimir Jankélévitch (1903–1985) tratte dal famoso saggio “La musique et l’ineffable” (1961): in relazione all’estetica riduzionista di Beuger e dei suoi comprimari, una così lucida riflessione appare quasi profetica e illumina tanto il percorso d’ascolto dei presenti sestetti quanto, possibilmente, l’intera visione a essi soggiacente.
Sebbene strutturati come una sequenza di riprese intervallate da brevi silenzi, questi “momenti” d’esile eppure compiuta armonia sono essenzialmente indivisibili, occupando con rigorosa coerenza lo spazio di un’ora abbondante. Per l’insolita commistione di strumenti ad arco e aerofoni – violino, viola, contrabbasso, clarinetto basso, fagotto e fisarmonica – ogni attacco sul pentagramma segna l’origine di un nuovo equilibrio da ricercare fra i toni sostenuti che si intrecciano dolcemente, come un’espressione che è algebrica e romantica al tempo stesso. E d’altronde anche a parole, a ben vedere, la sensibilità di Beuger trova una completa rispondenza con gli assunti di Jankélévitch:

“[…] l’arte dell’approssimazione (in accordatura, tempo, bilanciamento sonoro…) può essere la più reminiscente, commemorativa, risonante in relazione all’evento più importante di cui gli esseri umani possano fare esperienza nella loro vita: l’amore. E se la musica può essere questo, allora dovrebbe esserlo.” [2]

Se una tale scrittura musicale/sonora fosse affidata a un’ampia orchestra sinfonica, essa potrebbe evocare una sorta di accordatura ininterrotta con l’universo, una meditazione trascendentale che tuttavia non finisce mai per dissociarsi da ragione e sentimento. Così in tutta la produzione di Beuger pare delinearsi una singolare forma di quieto assolutismo, una chiusura del cerchio che dall’approccio oggettivante ereditato dai maestri della New York School si ricongiunge alle auree geometrie della polifonia antica.
Spontaneamente affrancata dai secolari canoni della significazione e della rappresentazione, la musica di Antoine Beuger si configura altresì come pratica individuale e sociale dai risvolti quasi terapeutici: un ascolto reciproco non dettato dal soddisfacimento di alte richieste tecniche permette di nutrire una piena coesistenza nell’istante presente, come uniti in uno stesso flemmatico respiro.

[1] Vladimir Jankélévitch, La musica e l’ineffabile, Bompiani, 1998, traduzione italiana e cura di Enrica Lisciani-Petrini 
[2] Estratto dall’intervista per l’album Ockeghem Octets su Another Timbre


Apartment House: James Opstad, double bass; Mark Knoop, accordion; Heather Roche, bass clarinet; Mira Benjamin, violin; Joe Qiu, bassoon; Bridget Carey, viola


With the sincere humility that distinguishes enlightened but down-to-earth artists, Antoine Beuger speaks of his main series of chamber pieces without any pretense: while titled in honor to various illustrious figures of European art and thought between the Middle Ages and the twentieth century, in fact they are works free not only from any conceptualism, but even from a marked formal stylization that would otherwise compromise their accessibility. They are simple scores conceived for ensembles ranging from two to twenty instrumentalists and which, originating from the same elementary mode of expression, are aimed at probing the gradual change in relational practices and harmonic outcomes as the number of performers involved increases.

If not the most important, it is almost certainly the most emblematic testimony of the poetics of Beuger, founder and pivotal figure of the international collective Wandelweiser: proof of this is the already substantial discography dedicated to the series, mainly under the Another Timbre imprint (“Cantor Quartets”, “Tschirtner Tunings For Twelve”, “Ockeghem Octets”) and more recently with the Slovenian Inexhaustible Editions (“Dedekind Duos”). Once again here Simon Reynell’s label represents the Dutch composer for the premiere recording of his “Jankélévitch Sextets” (2004), also the occasion for the unprecedented participation of Apartment House, for several years now one of the reference ensembles in performing Wandelweiser pieces but which, until now, never confronted with Beuger’s repertoire.

The mask, the inexpressive face that music assumes voluntarily these days, conceals a purpose: to express infinitely that which cannot be explained. […]
The musical mystery is not “what cannot be spoken of”, the untellable, but the ineffable. Death, the black night, is untellable because it is impenetrable shadow and despairing nonbeing, and because a wall that cannot be breached bars us from its mystery […] And the ineffable, in complete contrast, cannot be explained because there are infinite and interminable things to be said of it: such is the mystery of God, whose depths cannot be sounded, the inexhaustible mystery of love, the poetic mystery par excellence.[1]

It is quite appropriate to quote here the words of the French philosopher Vladimir Jankélévitch himself (1903–1985) taken from the famous essay “La musique et l’ineffable” (1961): in relation to the reductionist aesthetics of Beuger and his peers, so lucid a reflection appears almost prophetic and illuminates both the listening path of the present sextets and, possibly, the entire vision underlying them.
Although structured as a sequence of reprises interspersed with brief silences, these “moments” of slender yet accomplished harmony are essentially indivisible, occupying the space of an abundant hour with rigorous consistency. For the unusual mix of string and aerophone instruments – violin, viola, double bass, bass clarinet, bassoon, and accordion – each attack on the pentagram marks the origin of a new balance to be sought among the sustained tones that intertwine gently, like an expression that is algebraic and romantic at the same time. And besides, on closer inspection, even in words Beuger’s sensibility finds a complete correspondence with Jankélévitch’s assumptions:

[…] the art of approximation (in tuning, timing, sound balancing…), can be the most reminiscent, commemorative, resonant of the single most important event, that human beings may experience in their lives: love. And if music can be this, it should be this”. [2]

If this kind of musical/sonic writing were entrusted to a large symphony orchestra, it could evoke a sort of uninterrupted tuning with the universe, a transcendental meditation that nevertheless doesn’t ever dissociate itself from reason and feeling. Thus, a singular form of quiet absolutism seems to emerge throughout Beuger’s oeuvre, a closing of the circle that from the objectivating approach inherited from the masters of the New York School rejoins the golden geometries of ancient polyphony.
Spontaneously emancipated from the secular canons of signification and representation, Antoine Beuger’s music configures itself also as an individual and social practice whose effects are almost therapeutic: a mutual listening not dictated by the compliance of high technical demands allows to nourish a full coexistence in the present moment, as if united in the same phlegmatic breath.

[1] Vladimir Jankélévitch, Music and  the Ineffable, Princeton University, 2003, translated by Carolyn Abbate
[2] Excerpt from the interview for the Ockeghem Octets album on Another Timbre

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