Horatiu Radulescu – Plasmatic Music, Vol. 1

Mode, 2022
contemporary classical, spectralism


(ENGLISH TEXT BELOW)

L’establishment della Neue Musik ha tenuto a distinguere piuttosto nettamente l’apporto – pur sempre rivoluzionario – degli spettralisti francesi da quello dell’altrettanto idiosincratica ma ancor più distintiva corrente rumena, banalizzando la questione in un’apparente dicotomia tra “scienziati” e “mistici”, tra pragmatismo e spiritualità. Il tempo, assieme a numerosi studi accademici, ha dimostrato non soltanto che le due tendenze furono sostanzialmente complementari, ma che la seconda racchiudeva in potenza tutto ciò che le avanguardie “colte”, oggi più che mai, continuano a investigare tra le pieghe del suono acustico, tutt’altro che esausto nel disvelamento delle sue proprietà fondamentali.


Pochi esponenti del Novecento musicale vi hanno scavato a fondo quanto Horatiu Radulescu (1942 – 2008): e sebbene non risulti affatto fuori luogo definirlo un visionario, ciò non può intaccare la coscienza e l’accuratezza del suo metodo creativo, alla base del quale vi fu sempre una profonda fascinazione fenomenologica che alle altre compagini europee, ossessionate dalla crisi dei linguaggi formali, finì per sfuggire quasi del tutto.
Operando su piani teorici e pratici “estranei”, Radulescu nemmeno si sforzò di intrattenere un dialogo con i suoi contemporanei, rifugiandosi in una propria galassia concettuale più vicina alla poesia che alla musicologia, come a indicare che le parole di un comune linguaggio non possono chiarificare ciò che soltanto l’orecchio, almeno in origine, sarebbe in grado di accogliere senza filtri o sovrastrutture.

Risalire alle radici culturali ed esperienziali dell’atto musicale si è tradotto, nella produzione del maestro rumeno, in brani che mettono a nudo la tremula superficie del suono acustico e, in certi casi, la incidono per addentrarsi con forza nella viva carne. La notazione classica, idealizzando il suono in una perfetta unità discreta, assume a confronto un carattere freddo e inalterabile: Radulescu esorta invece a “rompere e penetrare questa ‘roccia’, amplificare il suo oceano interiore e fargli raggiungere un plasma vivente, uno stato naturale”. Ecco allora il senso ultimo della sua ‘Plasmatic Music’, al centro di questo nuovo volume nella serie monografica che la prestigiosa etichetta statunitense Mode Records dedica al compositore, dopo le esaustive ricognizioni sull’opera di John Cage, Morton Feldman, Giacinto Scelsi, Iannis Xenakis e Christian Wolff.
Figura centrale di questa pubblicazione è Sam Dunscombe, rinomato sperimentatore e capo archivista degli Horatiu Radulescu Archives in Svizzera. La complessità e stratificazione dei tre brani qui raccolti non è frutto di singole registrazioni dal vivo, bensì di accurate ricostruzioni in studio fedeli alle intenzioni formali e allo spirito di Radulescu, microcosmi instabili fissati per la prima volta su disco.

Sam Dunscombe


Come apparizioni baluginanti e nondimeno nitide, i multiformi corpi sonori sembrano sorgere da una dimensione mitica, pre-storica, ancora distante da rigide codificazioni; monodie ataviche dove “le ‘note’ individualmente specificate sono sostituite con gamme di altezze entro cui gli strumenti sono liberi di vagare”, facendo proprie le naturali fluttuazioni che persino la tonalità più nitida reca entro il suo spettro di frequenze.
Ciò si esprime nella maniera più trasparente attraverso i brani per strumenti a fiato, evocazioni fauniche strutturate su piani paralleli di vario registro e carattere timbrico. Il soffio dei sette clarinetti di “Capricorn’s Nostalgic Crickets” (1972) si propaga a ondate crescenti ma pressoché all’unisono, riflesso di una pluralità intrinseca al gesto sonoro nel suo sempre mutevole farsi e rifarsi, variazione indeterminata di sé soggetta al dominio dell’istante transitorio e degli infiniti universi che da esso scaturiscono.

Analogo in essenza ma arcano nel suo sviluppo drammaturgico, “Inner Time / Outer Time” (1980–1983) combina due opere, una per clarinetti (Dunscombe) e l’altra per flauti (Rebecca Lane), in una suite che sfrutta la ripetizione differente e la lunga durata – quasi trenta minuti – come ineludibili meccanismi di spaesamento, avanzando lungo una traiettoria tale da simulare il graduale e tuttavia costante precipitare del simulacro acustico; una dissolvenza intermittente di cellule tonali ammassate in nubi dai contorni sfuggenti, allucinatorie nell’ostinato trillare di acuti simboleggiante il ‘tempo interiore’, controbilanciato dal sommesso coro dei flauti nel registro medio-basso. Senza alcun compromesso formale si dispiega questo enigma percettivo di radicale intensità, sublimazione dell’ibrido tra modi bizantini e mediorientali a lungo perseguito dal maestro.

Non a caso, tuttavia, si colloca al cuore dell’album “Small Infinities’ Togetherness” (1972), travagliata immersione nel maelstrom iper-sonoro di Radulescu: un denso brodo primordiale che accentra elementi di sintesi analogica e digitale, flauti della tradizione popolare rumena e la famigerata ‘sound icon’, il pianoforte rovesciato su un lato e fatto vibrare dall’interno con corde di nylon; a ciò si aggiunge un nastro d’archivio in cui il compositore stesso alimenta un bordone d’organo a canne, ponderoso substrato attorno al quale gravita la caotica ed eterogenea massa di stimoli. L’intervento di spazializzazione di Dunscombe – qui in veste di vero e proprio produttore oltreché di interprete – favorisce la suggestione di uno scenario magnetico e divorante, sede di alterità fenomeniche affascinanti e spaventose in egual misura, a un ideale crocevia tra i politopi architettati da Xenakis e la poetica virulenta di Fausto Romitelli.

Ancora oggi l’effetto di certe intuizioni di Horatiu Radulescu risulta a tal punto dirompente ed epifanico da farci credere di aver conquistato una prospettiva privilegiata su realtà non ancora raggiunte, esiti solamente immaginati nel quadro di un’utopia musicale di là da venire. Assieme alla perturbante opera del connazionale Iancu Dumitrescu, l’eredità dello spettralismo rumeno può verosimilmente fungere da apripista per le più intrepide ricerche musicali del terzo millennio.

Horatiu Radulescu


The Neue Musik establishment has been keen to distinguish quite clearly the contribution – albeit revolutionary – of the French spectralists from that of the equally idiosyncratic but even more distinctive Romanian current, trivializing the question into an apparent dichotomy between “scientists” and “mystics”, between pragmatism and spirituality. Time, along with numerous academic studies, has shown not only that the two trends were substantially complementary, but that the second contained in potency all that the “learned” avant-gardes, today more than ever, continue to investigate within the folds of acoustic sound, far from exhausted in the unveiling of its fundamental properties.

Few exponents of the musical 20th century have dug into it as deeply as Horatiu Radulescu (1942 – 2008): and although it’s not inappropriate to call him a visionary, this couldn’t possibly undermine the awareness and accuracy of his creative method, at the base of which there was always a profound phenomenological fascination that his European peers, obsessed with the crisis of formal languages, ended up almost completely eluding.
Operating on “extraneous” theoretical and practical levels, Radulescu did not even try to maintain a dialogue with his contemporaries, taking refuge in a conceptual galaxy of his own, closer to poetry than to musicology, as if to indicate that the words of a common language cannot clarify what only the ear, at least originally, would be able to receive without filters or superstructures.

Going back to the cultural and experiential roots of the musical act has translated, in the Romanian master’s production, into pieces that bare the tremulous surface of acoustic sound and, in some cases, carve it to penetrate forcefully into the living flesh. Idealizing sound in a perfect discrete unity, classical notation assumes, in comparison, a cold and unalterable character: Radulescu instead urges “to break and penetrate this ‘stone’, magnify its inner ocean and make it reach a living plasma, a natural state.” Here, then, is the ultimate meaning of his ‘Plasmatic Music’, the focus of this new volume in the monographic series that the prestigious US label Mode Records dedicates to the composer, after the exhaustive reconnaissance on the oeuvre of John Cage, Morton Feldman, Giacinto Scelsi, Iannis Xenakis and Christian Wolff.
The key figure of this release is Sam Dunscombe, renowned experimenter and chief archivist of the Horatiu Radulescu Archives in Switzerland. The complexity and stratification of the three pieces collected here is not the result of single live recordings, but of accurate studio reconstructions faithful to Radulescu’s formal intentions and spirit, unstable microcosms put on disc for the first time.

Like shimmering and nevertheless stark apparitions, the multifarious sound bodies seem to arise from a mythical, pre-historical dimension, still far from rigid codifications; atavistic monodies where “individually specified ‘notes’ are replaced with pitch ranges within which instruments are free to wander”, embracing the natural fluctuations that even the sharpest tonality carries within its frequency spectrum.
This is expressed more transparently in pieces for wind instruments, faunal evocations structured on parallel planes of various register and timbral character. The breath of the seven clarinets on “Capricorn’s Nostalgic Crickets” (1972) spreads in growing waves but almost in unison, the reflection of a plurality intrinsic to the sound gesture in its ever-mutable making and remaking, an indeterminate variation of itself subject to the dominance of the transient moment and the infinite universes that stem from it.

Similar in essence but arcane in its dramatic development, “Inner Time / Outer Time” (1980–1983) combines two works, one for clarinets (Dunscombe) and the other for flutes (Rebecca Lane) into a suite that exploits different repetition and long duration – nearly thirty minutes – as unavoidable disorientation mechanisms, advancing along a trajectory such as to simulate the gradual yet constant fall of the acoustic simulacrum; an intermittent fading of tonal cells massed in elusively outlined clouds, hallucinatory in the obstinate trill of treble symbolizing the ‘inner time’, counterbalanced by the subdued chorus of flutes in the medium-low register. Without any formal compromise, thus unfolds this perceptual enigma of radical intensity, a sublimation of the crossbreed of Byzantine and Middle Eastern modes long pursued by the master.

It is no coincidence, however, that placed at the heart of the album is “Small Infinities’ Togetherness” (1972), a troubled immersion in Radulescu’s hyper-sonic maelstrom: a dense primordial soup that centers elements of analogue and digital synthesis, flutes of Romanian folk tradition and the infamous ‘sound icon’, the piano turned on its side and vibrated from the inside with nylon strings; adding up to this is an archive tape in which the composer himself fuels a pipe organ drone, a weighty substrate around which the chaotic and heterogeneous mass of stimuli gravitates. The spatialization work supplied by Dunscombe – here the actual producer as well as performer – favors the suggestion of a magnetic and devouring scenario, the seat of phenomenal alterities as fascinating as they are fearsome, at an ideal crossroads between the polytopes designed by Xenakis and Fausto Romitelli’s virulent poetics.

To this day, the effect of some of Horatiu Radulescu’s intuitions is so disruptive and epiphanic as to make one believe to have conquered a privileged perspective on realities not yet achieved, outcomes only imagined in the context of a musical utopia to come. Together with the uncanny oeuvre of fellow countryman Iancu Dumitrescu, the legacy of Romanian spectralism very well could act as a forerunner for the most intrepid musical research of the third millennium.

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