Scarcity – Aveilut

The Flenser, 2022
atmospheric black metal, totalism


(ENGLISH TEXT BELOW)

Il metal è sempre stata materia – per definizione – “dura”, ma anche straordinariamente porosa, più o meno consapevolmente permeabile agli influssi di altre dimensioni musicali con le quali sembrava non potesse sviluppare alcun dialogo fruttuoso. Con buona pace dei puristi, perciò, si può dire che l’afflusso di una linfa “colta” nelle vene della musica estrema, dal cambio di secolo in poi, abbia dato vita a declinazioni entusiasmanti e ventilato aria fresca nelle asfittiche stanze di certi sotto-generi oramai canonici e apparentemente inviolabili.


Inedite vertigini tecniche nel death (Ulcerate, Imperial Triumphant) e ossessioni formali totalizzanti nel black (su tutti i Liturgy) hanno preparato il terreno per avanguardisti rampanti come Brendon Randall-Myers, oggi conduttore del Glenn Branca Ensemble e autore/interprete di spicco tanto in veste solista (dynamics of vanishing bodies, 2020) quanto di gruppo (Real Loud, 2021). Ma è con il duo Scarcity, a fianco del vocalist veterano Doug Moore (Pyrrhon, Weeping Sores), che giunge idealmente a colmarsi quell’ancora sensibile divario tra upper– e underground, tra gli auditorium più lungimiranti e i templi profani dell’headbanging.

Originato dall’elaborazione di lutti personali e dal senso di impotenza di fronte alla crisi sanitaria globale, Aveilut si dispiega in cinque movimenti che non lasciano margine alcuno a sfumature intermedie: la cupa visione in cui sono forgiati ci opprime sino all’ultimo, ma ciò col fine evidente di condurre il dolore lacerante verso una forma di sublimazione, glorificando la potenza di sentimenti atroci eppure, altrettanto indubbiamente, umani.
Facendo ancora una volta tesoro delle sinfonie elettriche del maestro Branca, Randall-Myers stratifica e comprime le progressioni microtonali delle chitarre che, come spire di serpente, avviluppano gradualmente l’intero spazio sonoro: un inferno meccanico già debordante di pathos, cui la straordinaria performance vocale di Moore e il tipico drumming accelerato non fanno che conferire un senso di urgenza ancor maggiore – ricordando a tratti i Deafheaven degli esordi.

Un’abissale desolazione drone-doom precede il lungo finale in cui il caos parrebbe da ultimo assumere una maggior nitidezza: si fanno strada accenni melodici, intrecci drammatici di tonalità maggiori e minori che, pur non smorzando il mood solennemente funereo dell’album, offrono in qualche modo una via d’uscita all’afflizione che con tanta pregnanza lo ha ispirato, sino a trovare requie in una monodia tenue e desolata. Si compie così un’opera di mirabile integralismo estetico, un gorgo inesorabile nel quale dolore e trascendenza divengono una cosa sola e del tutto nuova: Aveilut è forse l’unico disco metal del quale avremo realmente bisogno quest’anno.


Metal has always been – by very definition – a “hard” matter, but also an extraordinarily porous one, more or less consciously permeable to the influences of other musical dimensions with which no fruitful dialogue seemed to be possibly developed. With all due respect to the purists, therefore, it can be said that the inflow of a “learned” lymph in the veins of extreme music, from the turn of the century onwards, has given rise to exciting declinations and ventilated fresh air in the asphyxiated rooms of certain now canonical and apparently inviolable sub-genres.

Unprecedented technical vertigo in the death current (Ulcerate, Imperial Triumphant) and totalizing formal obsessions in black (Liturgy above all) have prepared the ground for rampant avant-gardists such as Brendon Randall-Myers, today the conductor of the Glenn Branca Ensemble and a prominent author/performer in his own right, as a soloist (dynamics of vanishing bodies, 2020) as well as in group (Real Loud, 2021). But it is with the duo Scarcity, alongside veteran vocalist Doug Moore (Pyrrhon, Weeping Sores), that the still sensitive gap between upper- and underground, between the more forward-thinking auditoriums and the profane temples of headbanging, is ideally bridged.

Originating from the elaboration of personal mourning and the sense of helplessness in the face of the global health crisis, Aveilut unfolds in five movements that leave no margin for in-between nuances: the bleak vision in which they are forged oppresses us to the last, but this with the evident aim of leading the lacerating pain towards a form of sublimation, glorifying the power of atrocious yet, likewise undeniably, human feelings.
Treasuring once more the electric symphonies of his master Branca, Randall-Myers stratifies and compresses the microtonal progressions of the guitars which, like the coils of a snake, gradually envelop the entire sound space: a mechanical inferno already overflowing with pathos, to which the extraordinary vocal performance of Moore and the typically accelerated drumming only give an even greater sense of urgency – recalling at times the early Deafheaven.

An abysmal drone-doom desolation precedes the long finale in which chaos ultimately seems to take on a greater clarity: melodic hints make their way along with dramatic interweaving of major and minor tones which, while not dampening the solemnly funereal mood of the album, somehow offer a way out to the sorrow that inspired it with such significance, at last finding rest in a tenuous and desolate monody. Thus a work of admirable aesthetic integralism is accomplished, an inexorable maelstrom in which pain and transcendence become a single and entirely new thing: Aveilut is perhaps the only metal record we will actually need this year.

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