Real Loud [s/t]

New Focus, 2021
contemporary classical, chamber metal

(ENGLISH TEXT BELOW)

È per lunghe e tortuose vie traverse che le correnti metal degli ultimi vent’anni sono confluite in varie forme nell’ambito della musica “colta”: una vicenda eminentemente americana che ha visto certi pionieri anti-accademici, come Glenn Branca e John Zorn, trasfondere l’estasi elettrica dell’avanguardia rock e dell’hardcore punk nelle vene degli ensemble di matrice classica; una contaminazione tutt’altro che a senso unico, come hanno dimostrato anche le più radicali propaggini math rock e tech-metal, detentrici di vertiginose invenzioni quali nemmeno i maestri del serialismo avrebbero potuto osare.


I quattro giovani autori messi in risalto dalla formazione newyorkese Real Loud non sono che alcuni tra gli ultimi discepoli di questa tendenza sempre più consolidata e legittimata nell’ambito della nuova composizione: le loro affini identità creative mettono a frutto stilemi almeno in parte asciugati del tetro immaginario del genere d’ascendenza, pervaso da ispirazioni misteriche e violento espressionismo, favorendo piuttosto un approccio estremamente lucido, finanche chirurgico, alla materia sonora amplificata e distorta. Questa sorta di primo “recital” del gruppo – una combo raddoppiata di chitarra elettrica, basso e percussioni – sviscera con formidabile perizia tecnica le poetiche di un eventuale ‘post-totalismo’ che dia finalmente piena cittadinanza alle frange più estreme del rock entro il dominio cameristico.

Una spinta cinetica primordiale, apparentemente spontanea anima il febbrile interplay in “Forbidden Subjects” di Pascal Le Boeuf, tra echi del Larks’ Tongues crimsoniano e delle allucinate scale politonali di Mick Barr (Orthrelm, Ocrilim) o Behold… the Arctopus: rimpalli motivici e sovreccitati controtempi ritmici impongono sin da subito, e in maniera paradigmatica, l’estetica di energia pura e non-descrittiva abbracciata dagli enfants terribles inclusi nel programma, assai più prossimi in spirito alle visioni spurie di contemporanei come i Liturgy che alle gloriose epopee metal degli anni ottanta e novanta. Più introspettivo e baluginante lo scenario tratteggiato da Paul Kerekes in “Codependence”, sfuggente deviazione in clean e riverbero apparentabile con certi passaggi della quintessenziale suite “dynamics of vanishing bodies” di Brendon Randall-Myers, pubblicata dalla stessa New Focus nel 2020.

È proprio quest’ultimo – peraltro membro attivo dei Real Loud – a tornare protagonista con “Double Double”, l’episodio più esteso dell’album: un congegno a orologeria letale, diviso tra ossessivi fraseggi di chitarra e una sezione ritmica di precisione assoluta, l’incedere claudicante sempre prossimo al collasso eppure inesorabile sino all’ultimo, con una parentesi rallentata sconfinante nel più cinereo doom; una prova muscolare degna dell’erede putativo di Branca, nonché forza trainante primaria di questa entusiasmante rivoluzione espressiva.
Di qualità vagamente lisergica è infine “Go In Secret” di Jenny Beck, frastornante spedizione astrale percorsa da traiettorie sfilacciate di punteggiature acute e feedback ululanti, almeno fino al brusco ingresso di sinistri accordi in stoppato, come il presagio di un orrore la cui soglia non è possibile varcare. È il momento di maggior suggestione visiva e l’esempio lampante di come rimangano da esplorare molte altre soluzioni formali in seno a questo tipo di formazione, del quale tuttavia Real Loud offre un primo imperdibile saggio.


Real Loud: Tristan Kasten-Krause, bass guitar; James Moore, electric guitar; Brendon Randall-Myers, electric guitar; Evan Runyon, bass guitar; Mark Sauer-Utley, drums & percussion; Clara Warnaar, drums & percussion

It is through long and twisty side roads that the metal currents of the last twenty years have converged, in various forms, in the sphere of “cultured” music: an eminently American story which saw certain anti-academic pioneers, such as Glenn Branca and John Zorn, transfusing the electric ecstasy of avant-rock and hardcore punk into the veins of classical ensembles; a contamination anything but one-sided, as further demonstrated by the most radical offshoots of math rock and tech-metal, responsible for some vertiginous inventions that not even the masters of serialism would have dared.

The four young authors highlighted by the New York line-up Real Loud are but a few of the latest disciples of this increasingly cemented and legitimized trend in new composition: their kindred creative identities make the most of stylistic features at least partly dried out of the bleak imagery inherent to the genre of origin, pervaded by mysteric inspirations and violent expressionism, instead favoring an extremely lucid, even surgical approach to amplified and distorted sound matter. This sort of first “recital” by the group – a doubled combo of electric guitar, bass and percussion – dissects with formidable technical expertise the poetics of an eventual ‘post-totalism’ that may finally give full citizenship to the most extreme fringes of rock within the domain of chamber music.

A primordial, apparently unsolicited, kinetic drive animates the feverish interplay on Pascal Le Boeuf’s “Forbidden Subjects”, among echoes of King Crimson’s Larks’ Tongues and the hallucinated polytonal scales of Mick Barr (Orthrelm, Ocrilim) or Behold… the Arctopus: motivic rebounds and overexcited rhythmic syncopations immediately and paradigmatically impose the aesthetic of pure and non-descriptive energy embraced by the enfants terribles included in the programme, much closer in spirit to the spurious visions of contemporaries like Liturgy than to the glorious metal epics of the eighties and nineties. More introspective and shimmering is the scenario outlined by Paul Kerekes on “Codependence”, an elusive deviation on clean and reverb somewhat akin to certain passages from Brendon Randall-Myers’ quintessential suite dynamics of vanishing bodies”, published by New Focus itself in 2020.

It is precisely the latter – moreover an active member of Real Loud – who once again takes the role of protagonist with “Double Double”, the album’s most extensive episode: a lethal clockwork device, split between obsessive guitar phrasing and a rhythm section of absolute precision, its limping pace always close to collapse and yet inexorable to the very end, with a slowed down parenthesis bordering on the most ashen doom; a muscular test worthy of Branca’s putative heir, as well as a primary driving force behind this exciting expressive revolution.
Of vaguely lysergic quality, then, is the conclusive “Go In Secret” by Jenny Beck, a disorienting astral journey crossed by frayed trajectories of high-pitched punctuation and howling feedback, at least up to the abrupt entry of sinister palm mute chords, like the omen of a horror whose threshold may not be crossed. It’s the moment of greatest visual suggestion and a prime example of the many formal solutions which remain to be explored within this kind of line-up, of which, however, Real Loud offers here an unmissable first essay.

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