Thin Wrist Recordings: Jean-Luc Guionnet || Frantz Loriot

Jean-Luc Guionnet – l’épaisseur de l’air (2021)

Frantz Loriot – While Whirling (2021)


***

Jean-Luc Guionnet
l’épaisseur de l’air

Thin Wrist, 2021 | free impro, avantgarde


(ENGLISH TEXT BELOW)

Ogni album di libera improvvisazione solista, credo, costituisce a suo modo un glossario, un atlante, la definizione di uno stato dell’arte individuale che contenga in sé tutte le conquiste tecniche ed espressive collezionate sino a quel momento. E invero non si tratta – non dovrebbe trattarsi – di uno sterile esercizio di bravura, ma di un barometro sonoro e musicale attraverso il quale misurare la strada battuta e quella ancora da percorrere, nel segreto auspicio che la seconda sia sempre più estesa della prima.

Così è stato, indubbiamente, per i grandi avanguardisti del sassofono del Novecento, dal capostipite For Alto di Anthony Braxton ai vieppiù radicali soliloqui di Peter Brötzmann, Lol Coxhill, Roscoe Mitchell e Evan Parker, per arrivare alla seguente generazione con John Zorn, John Butcher, Junji Hirose e innumerevoli altri.
Negli oltre trent’anni del suo percorso artistico, il francese Jean-Luc Guionnet non aveva mai pubblicato un album solista in studio, ulteriore conferma dell’importanza di un doppio LP come l’épaisseur de l’air (‘lo spessore dell’aria’), saggio di sconvolgente padronanza tecnica che non indulge in alcun tipo di stilizzazione o coloritura, dandosi invece come manifestazione acustica nuda e sgraziata, scevra dalla benché minima concessione a una musicalità comunemente intesa.

Riduzionismo e totalismo, punteggiature afone e acuti assordanti si alternano entro un quadro di asfittica desolazione, uno spazio bianco senza riverbero dove il soffio umano fatica ad affiorare, filtrato com’è dalle ermetiche giunture di un sassofono divenuto fredda macchina sonora. Persino laddove si fanno strada certe figure motiviche, la loro reiterazione non è tesa a rimarcarne i contorni bensì a innescare un processo di ulteriore svuotamento semantico, dando voce a veementi spasmi che in ultima analisi derivano dallo stesso inespugnabile mutismo.

Assoluta poiché strenuamente non-significante, nell’esaustiva ricognizione solista di Guionnet si cela un’eccentrica ma inequivocabile forma di sublimazione, l’ardimentoso raggiungimento di una modalità performativa ascrivibile alla pura sound art: una scelta di campo che va a compensare la rigorosa negazione concettuale con una pulsione irrefrenabile, finanche autolesiva, verso i confini più estremi della fenomenologia acustica.


Each solo album of free improvisation, I believe, constitutes in its own way a glossary, an atlas, the definition of an individual state of the art containing all the technical and expressive achievements collected up to that moment. And indeed it is not – it shouldn’t be – a mere exercise of skill, but a sonic and musical barometer through which to measure the beaten path and the one still to be taken, in the secret hope that the second will be ever more extensive than the first.

So it was, undoubtedly, for the great avant-garde saxophone players of the twentieth century, from Anthony Braxton’s milestone For Alto to the increasingly radical soliloquies of Peter Brötzmann, Lol Coxhill, Roscoe Mitchell and Evan Parker, thus coming to the following generation with John Zorn, John Butcher, Junji Hirose and countless others.
In the over thirty years of his artistic career, French experimentalist Jean-Luc Guionnet had never released a solo studio album before, further confirmation of the importance of a double LP such as l’épaisseur de l’air (‘the thickness of air’), an essay of overwhelming technical mastery that in no way indulges in any type of stylization or coloritura, and instead giving itself as a bare and ungainly acoustic manifestation, devoid of even the slightest concession to a commonly understood musicality.

Reductionism and totalism, aphonous punctuations and deafening high notes alternate within a frame of asphyctic desolation, a blank space without reverberation where the human breath struggles to emerge, filtered as it is by the hermetic junctures of a saxophone turned into a cold sound machine. Even where certain motivic figures arise, their recurrence is not aimed at underlining their contours, but rather at triggering a process of further semantic emptying, giving voice to vehement spasms that ultimately derive from the same impregnable muteness.

Absolute because strenuously non-significant, Guionnet’s exhaustive solo reconnaissance conceals an eccentric but unequivocal form of sublimation, the daring achievement of a performative modality ascribable to pure sound art: a choice of sides that compensates for the rigorous conceptual negation with a relentless, even self-damaging drive towards the outer extremes of acoustic phenomenology.


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Frantz Loriot
While Whirling

Thin Wrist, 2021 | free impro, avantgarde


(ENGLISH TEXT BELOW)

Pubblicato contemporaneamente al primo album solista di Jean-Luc Guionnet, While Whirling del violista franco-giapponese Frantz Loriot rinnova lo stupore delle indagini subarmoniche condotte dai musicisti sperimentali di tutto il mondo sotto l’egida di Éliane Radigue, intenta ad alimentare sempre nuovi “glossari” strumentali con la serie di assoli ‘Occam Ocean’. Derivante da uno studio individuale parimenti intenso e ossessivo, anche la musica di Loriot non può tradursi in una canonica partitura, laddove a predominare sono piuttosto la fervorosa gestualità e la completa, trascendentale immedesimazione nello strumento-oggetto sonoro, terreno da solcare sull’intera superficie così come in ogni suo più recondito anfratto.

È un’ulteriore dimostrazione pratica di ciò che oggi dovremmo a ragione definire “virtuosismo verticale”: una gamma di pressioni e sfregamenti – impalpabili sino al punto di emulare soffi animali – soggetti a infinite configurazioni e combinazioni, paesaggi stravolti nello spazio di un millimetro grazie alla conoscenza profonda delle componenti materiche della viola, delle alterazioni timbriche e delle reazioni quasi alchemiche che l’applicazione di un semplice oggetto sulle corde può produrre (si veda anche il recente “Ring” di Aisha Orazbayeva). Il cuore degli stranianti études di Loriot è invece racchiuso tra due movimenti parentetici che attestano le sottili qualità microtonali sviluppate attorno a una singola nota, dipartita e ritorno alla radice primigenia dell’espressione musicale.

Negli imponderabili fraseggi atonali di Loriot paiono intrecciarsi i soundings del decano Malcolm Goldstein e la mercuriale poesia spontanea di Derek Bailey: esplorazioni che in qualche modo riescono a travalicano la fisicità dell’arco e con ciò elidono le regole del recital strumentale, evoluto forzosamente in un momento rivelatorio e trasfigurante, una visione uditiva priva di referenti nel dominio del reale.


Released at the same time as Jean-Luc Guionnet’s first solo album, While Whirling by French-Japanese violist Frantz Loriot renews the amazement of the subharmonic investigations conducted by experimental musicians from all over the world under the aegis of Éliane Radigue, intent on nourishing ever new instrumental “glossaries” through the solo series ‘Occam Ocean’. Deriving from an equally intense and obsessive individual study, Loriot’s music, too, cannot be translated into a canonical score, where an absolute preeminence is given to fervent gestures and a complete, transcendental identification with the instrument/sound object, a territory to be plowed over its entire surface, as well as within all of its most recondite crevices.

It is yet another practical demonstration of what today we should rightly define as “vertical virtuosity”: a range of pressures and rubbings – impalpable to the point of emulating animal breaths – subjected to infinite configurations and combinations, landscapes distorted in the space of a millimeter thanks to the profound knowledge of the material components of the viola, of the timbral alterations and the nearly alchemical reactions that the attachment of a simple object to the strings can produce (see also Aisha Orazbayeva’s recent piece “Ring”). The core of Loriot’s estranging études is instead enclosed between two parenthetical movements that attest to the subtle microtonal qualities developed around a single note, departure and return to the primitive root of musical expression.

In Loriot’s imponderable atonal phrasing, the soundings of doyen Malcolm Goldstein and the mercurial spontaneous poetry of Derek Bailey seem to interweave: explorations that somehow manage to go beyond the physicality of the string instrument and thereby erase the rules of the instrumental recital, forced to evolve into a revelatory and transfigurative moment, an auditory vision devoid of referents in the domain of reality.

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