Ståle Storløkken – Ghost Caravan

Hubro, 2021
experimental, free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Con l’apparente sospensione momentanea delle attività a nome Supersilent, negli ultimi anni i restanti membri della leggendaria formazione norvegese si sono concentrati su altri progetti di varia natura: ma se da un lato Arve Henriksen si è da sempre dimostrato altamente versatile e prolifico, lo stesso non si può dire di Helge Sten, che con OCCULTING DISK (Smalltown Supersound, 2019) è ritornato al moniker Deathprod a ben quindici anni di distanza da Morals and Dogma (Rune Grammofon, 2004). Così anche per il tastierista Ståle Storløkken, addirittura al debutto solista con The Haze of Sleeplessness (2019) e appena due anni più tardi nuovamente alla corte della fucina Hubro con un progetto in acustico per lui senza precedenti: una serie di improvvisazioni per organo a canne presso la chiesa moderna di Steinkjer, nella contea norvegese di Trøndelag.

Tanto eclettico, meticolosamente progettato ed elaborato era il precedente exploit, quanto Ghost Caravan si presenta invece disadorno e introverso: un esercizio d’ascolto che investe anzitutto l’esecutore, intento a sondare tutte le potenzialità timbriche a sua disposizione con la complicità di Stian Westerhus, supervisore della registrazione. Storløkken, infatti, pone volutamente l’accento su certi tratti meno evidenti – e invero spettrali – dello strumento, addentrandosi in alterità sonore mai davvero esplorate dalla tradizione sacra.


Così in particolare nelle quattro sezioni denominate “Cloudland”: qui gli sconnessi fraseggi dal flebile vibrato sono attraversati da sbuffi e correnti d’aria che arrivano quasi a sovrastare le altezze dettate dalla tastiera, muovendo sempre più decisamente verso un rumorismo interstiziale derivante dalla pura meccanica dell’organo (“Drifting On Wasteland Ocean”).
Altrove si dispiegano solenni digressioni politonali e compìte meditazioni alla Messiaen, culminanti nei dieci minuti di “Third Sphere”, talmente spontanea nella forma da scivolare continuamente tra mille sfumature di tormento ed estasi, così rinunciando a collocarsi entro una netta caratterizzazione emotiva.

Al cuore del disco, poi, si distingue il motivetto sinistro e arcigno della title track: l’incedere regolare e inesorabile di tasti e pedali delinea un quadro goticheggiante che potrebbe a tutti gli effetti divenire parte di una sonorizzazione del classico del cinema muto svedese “Il carretto fantasma” di Victor Sjöström (1921).
Nel predominio di atmosfere brumose – quando non radicalmente indefinite –, giunge alfine un conciliante ma pur sempre chiaroscurale sigillo la cui armonia, per contrasto con le precedenti sequenze, appare di un’esattezza e di un nitore bachiani; è la dovuta concessione a un afflato secolare che non può mancare di pervadere chiunque si misuri con l’imponenza, sia fisica che storica, di questo strumento.

Manovrando le leve di registro con discreta padronanza, Ståle Storløkken tiene insieme a modo proprio l’antico e il contemporaneo, dando sfogo a dinamiche improvvisate che sfiorano talvolta il “cazzeggio creativo” (mi si perdoni la licenza lessicale), senza con ciò violare l’aura sacrale che continua ad circondare l’organo a canne nel suo ancor lungo viaggio musicale.


With Supersilent’s apparent momentary suspension of activities, in recent years the remaining members of the legendary Norwegian act have focused on other projects of various kinds: but if on the one hand Arve Henriksen has always proved highly versatile and prolific, the same cannot be said of Helge Sten, who with OCCULTING DISK (Smalltown Supersound, 2019) returned to his Deathprod moniker fifteen years after Morals and Dogma (Rune Grammofon, 2004). The same goes for keyboardist Ståle Storløkken, making his actual solo debut with The Haze of Sleeplessness (2019) and just two years later once again at Hubro’s court with an acoustic project unprecedented for him: a series of improvisations for pipe organ at the modern church of Steinkjer, in the Norwegian county of Trøndelag.

As eclectic, meticulously designed and elaborated was the previous feat, as Ghost Caravan instead presents itself as unadorned and introverted: a listening exercise that firstly involves the performer, intent on probing all the timbral potential at his disposal with the complicity of Stian Westerhus, supervisor of the recording. Storløkken, in fact, deliberately emphasizes certain less evident – and indeed spectral – traits of the instrument, delving into sonic alterities which were never really explored by sacred tradition.

That’s the case, in particular, with the four sections called “Cloudland”: here the feeble vibrato of the disjointed phrasings are crossed by whiffs and currents of air that nearly overwhelm the pitches dictated by the keyboard, moving more and more decisively towards an interstitial noise effect deriving from the organ’s mere mechanics (“Drifting On Wasteland Ocean”).
Elsewhere, solemn polytonal digressions and purposeful meditations in Messiaen’s style unfold, culminating in the ten minutes of “Third Sphere”, so spontaneous in form as to continually slide through a thousand shades of torment and ecstasy, thus renouncing to settle within a clear emotional characterization.

At the heart of the record, then, stands out the title track’s sinister and grim tune: the regular, inexorable gait of keys and pedals outlines a gothic picture that could well become part of a new soundtrack for the Swedish silent film classic “The Phantom Carriage” by Victor Sjöström (1921).
Among the predominance of misty – when not radically indefinite – atmospheres, a conciliatory but nonetheless chiaroscuro closing arrives whose harmony, by contrast with the previous sequences, appears to have Bachian clarity and exactness; it’s the due concession to a secular inspiration that cannot fail to pervade anyone who measures himself with the grandeur, both physical and historical, of this instrument.

Operating the speaking stops with discreet mastery, Ståle Storløkken holds together the ancient and the contemporary in his own way, giving vent to improvised dynamics that sometimes border on the “creative fooling-around” (pardon the lexical license), without thereby violating the sacral aura that continues to surround the pipe organ in its still long musical journey.

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