Julius Eastman – Femenine

ensemble 0 & AUM Grand Ensemble

Sub Rosa, 2021
minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Se si fosse paventata trent’anni più tardi, una fine tragicamente silenziosa come quella di Julius Eastman (1940-1990) avrebbe forse potuto essere scongiurata: oggi – mi piace crederlo – la comunità globale sarebbe accorsa a sostenere, economicamente e moralmente, un così vivace talento creativo e militante; un outsider sotto ogni aspetto (emarginato, come è noto, in quanto nero e apertamente omosessuale), fedele sino all’ultimo alla propria vocazione, prima di arrendersi all’ombra di una morte sofferta e in solitudine, quasi del tutto dimenticato persino dai suoi amici e collaboratori.
Non soltanto la travagliata vicenda umana, ma anche le distintive composizioni di Eastman hanno attraversato un lungo periodo di oblio, finché una lodevole ricostruzione filologica ha portato al recupero di diverse partiture e registrazioni dell’epoca, testimonianze inestimabili e prodromiche alla nascita di un tardivo ma accorato culto musicale.

Pietra fondante di questo processo è stata la tripla raccolta Unjust Malaise (New World, 2005), intitolata con un perfetto anagramma dell’uomo e artista che ritrae per la prima volta con altrettanta pregnanza. In questa imprescindibile ricognizione, tuttavia, manca un tassello cui avrebbe sopperito nel 2016 l’etichetta finlandese Frozen Reeds: la performance dal vivo, a opera del S.E.M. Ensemble (tutt’ora in attività) con lo stesso Eastman al pianoforte, della suite cameristica “Femenine” (1974), presentata nel novembre dello stesso anno al Composers Forum di Albany, New York; un documento prezioso che, nonostante la scarsa qualità dei nastri e frequenti cedimenti nella stereofonia, ha rivelato con maggiore evidenza un aspetto ineludibile della sua poetica, del tutto complementare alla lotta per i diritti dei suoi simili – una gioia estatica e trascendentale.

Scevro dal carattere fortemente drammatico e dall’impeto violento dei brani editi in precedenza, il luminoso ritualismo di “Femenine” sembra aver conosciuto, a posteriori, una rapida e contagiosa fortuna presso le nuove generazioni di interpreti: negli ultimi cinque anni la suite ha fatto ingresso nel repertorio di ensemble sia americani che europei quali Studio Dan (Austria), Crash (Irlanda), ECHOI e Arcana (USA), oltre agli inglesi Apartment House che ne hanno anche inciso un disco per Another Timbre.
Con questa nuova edizione a marchio Sub Rosa rimaniamo ancora nel Vecchio Continente, ma la performance in oggetto presenta peculiarità sinora inedite: entrambi di nazionalità francese, l’Ensemble 0 e l’AUM Grand Ensemble si producono in quella che è a tutti gli effetti una rilettura “aumentata” della partitura da camera, mettendo in campo un organico di tredici strumentisti i quali, pur mantenendone integra la brillante identità sonora, lasciano filtrare entro di essa venature stilistiche chiaramente riconducibili alla storia “ufficiale” del minimalismo e che con ciò, idealmente, giungono a conferire a Eastman il meritato posto tra i più noti e celebrati comprimari della scena newyorkese.

Originariamente scritta ‘per fiati, marimba/vibrafono, sonagli, pianoforte e basso’ su appena cinque pagine di carta pentagrammata, “Femenine” si estende per circa 70 minuti in un flusso continuo impostato su un’adamantina tonalità maggiore, alternata tra Mi bemolle e Fa, e lo scrosciare meccanico dei sonagli, unica componente regolare e immutabile che, assieme al refrain dominante del vibrafono, guida la progressione collettiva per mezzo di un trillo insistente nel primo piano acustico.
Praticamente coeva al ciclo di “Music in Twelve Parts” ma precedente al completamento di “Music for 18 Musicians”, la suite di Eastman sembra sfruttare la stessa propulsione endogena che anima i capolavori di Glass e Reich: essa però non è innescata da un processo additivo o “trasformativo” applicato al motivo iniziale, bensì si espande e contrae alla stregua di un organismo vivente o, meglio ancora, di una multiforme entità spirituale tesa a una graduale ‘ascensione’ coltraniana.

Benché, infatti, si manifestino con insistenza i tratti della ripetizione differente dei suddetti maestri – basti far caso, in particolare, ai fraseggi dei fiati e ai solfeggi vocali senza parole –, la versione del combo francese dà risalto piuttosto alle implementazioni che fanno di essa una sorta d’orchestra free jazz in miniatura. Con sentimento e garbato swing, il pianoforte di Melaine Dalibert inonda lo spazio di vibranti risonanze, assieme a una onnipresente linea di basso (Jozef Dumoulin al Fender Rhodes e al synth) e agli inserti elettronici di Alexandre Herer, elementi che non snaturano la matrice acustica del brano, e anzi ne coadiuvano la soggiacente e inarrestabile pulsazione ritmico-melodica. Ma è ormai a percorso inoltrato, e specialmente dalla mezz’ora in poi, che le singole parti affiorano con sempre più audacia e desiderio di primeggiare, intrecciandosi e sovrapponendosi in ondate policrome che vanno a formare un mosaico di formidabile vividezza espressiva, in equilibrio costante tra rigore formale e spontaneità.

Complessivamente più vicina alle danze dei cerimoniali pre-idiomatici di Meredith Monk (con la quale d’altronde Eastman prese parte a “Dolmen Music” e “Turtle Dreams”), la presente iterazione di “Femenine” apre le porte a un suo potenziale di ampliamento ancora tutto da esplorare, fatto di percorsi trasversali ed evocazioni dal passato che ne possono disvelare, con finanche maggior efficacia, la mistica essenza.
Non si faccia dunque l’errore di considerarla un’interpretazione apocrifa: a oggi l’edizione Sub Rosa è probabilmente il più intenso e inebriante attestato del canto libero di Julius Eastman, oggi pienamente resuscitato anche grazie a contributi appassionati come questo.


Line-up: Melaine Dalibert, piano; Sophie Bernado, bassoon; Cyprien Busolini, viola; Jozef Dumoulin, Fender Rhodes, synthesizer; Céline Flamen, cello; Stéphane Garin, percussion; Ellen Giacone, voice; Jean-Brice Godet, bass clarinet; Amélie Grould, vibraphone; Alexandre Herer, electronics; Tomoko Katsura, violin; Julien Pontvianne, saxophones; Christian Pruvost, trumpet

ensemble 0 & AUM Grand Ensemble | © Nicolas-Joubard

Had it been bound to happen thirty years later, a tragically silent end like that of Julius Eastman (1940-1990) could perhaps have been averted: today – I like to believe – the global community would have rushed to support, economically and morally, such a lively creative and militant talent; an outsider in every respect (marginalized, as it is known, for being black and openly homosexual), faithful to his own vocation to the last, before surrendering to the shadow of a painful and solitary death, almost completely forgotten even by his friends and collaborators.
Not only the troubled human story, but also Eastman’s distinctive compositions went through a long period of oblivion, until a laudable philological reconstruction led to the recovery of various scores and recordings from his lifetime, invaluable testimonies that initiated the birth of a belated but heartfelt music cult.

The foundation stone of this process was the triple collection Unjust Malaise (New World, 2005), entitled with a perfect anagram of the man and artist it portrays with equal significance for the first time. In this essential reconnaissance, however, a piece is missing which, in 2016, the Finnish label Frozen Reeds would have made up for: a live performance, by the S.E.M. Ensemble (still in activity) with Eastman himself at the piano, of the chamber suite “Femenine” (1974), presented in November of the same year at the Composers Forum in Albany, New York; a precious document which, despite the poor quality of the tapes and frequent subsidence in the stereophony, revealed more clearly an unavoidable aspect of his poetics, totally complementary to the struggle for the rights of his fellows – an ecstatic and transcendental joy.

Free from the highly dramatic character and the violent impetus of the previously published pieces, the luminous ritualism of “Femenine” seems to have met, in retrospect, a rapid and contagious fortune among new generations of interpreters: over the last five years the suite has entered the repertoire of both American and European ensembles such as Studio Dan (Austria), Crash (Ireland), ECHOI and Arcana (USA), as well as England’s Apartment House who also recorded an album of it for Another Timbre.
With this new edition under the Sub Rosa imprint we’re again in the Old Continent, but the performance in question presents so far unprecedented peculiarities: both of French nationality, Ensemble 0 and the AUM Grand Ensemble produce themselves into what is, in fact, an “augmented” reinterpretation of the chamber score, fielding a line-up of thirteen instrumentalists who, while keeping its brilliant sonic identity intact, also allows to filter within it some stylistic features clearly referable to the “official” history of minimalism, thus ideally bestowing Eastman a well-deserved seat among his more famous and celebrated peers of the New York scene.

Originally written ‘for winds, marimba/vibraphone, sleigh bells, piano, and bass’ on just five stave paper pages, “Femenine” runs for about 70 minutes in a continuous flow set on an adamantine major key, alternating between E flat and F, and the mechanical rattling of the bells, the only regular and immutable component which, together with the vibraphone’s main refrain, conducts the collective progression by means of an insistent trill in the acoustic foreground.
Practically coeval with the “Music in Twelve Parts” cycle but prior to the completion of “Music for 18 Musicians”, Eastman’s suite seems to harness the same endogenous propulsion that animates Glass’ and Reich’s masterpieces: it is not triggered, however, by an additive or “transformative”  process applied to the initial motif, but rather expands and contracts like a living organism or, better still, a multiform spiritual entity tending towards a gradual, Coltranian ‘ascension’.

Although, in fact, the traits of the aforementioned masters’ different repetition manifest themselves insistently – it suffices to notice, in particular, the phrasing of the winds and the wordless vocal solfeggios –, the French combo’s version rather emphasizes the implementations that render it a sort of miniature free jazz orchestra. With sentiment and gentle swing, Melaine Dalibert’s piano floods the surrounding space with vibrant resonances, together with an omnipresent electronic bass line (Jozef Dumoulin on Fender Rhodes and synthesizer) and Alexandre Herer’s electronics, elements which don’t pervert the acoustic nature of the piece, and indeed reinforce its underlying, relentless rhythmic/melodic pulsation. But it is only well into the piece, and especially from half an hour onwards, that the individual parts emerge with greater audacity and desire to stand out, intertwining and overlapping in polychrome waves that go on to form a mosaic of formidable expressive vividness, in constant balance between formal rigor and spontaneity.

Overall closer to the dances from the pre-idiomatic ceremonials of Meredith Monk (with whom Eastman took part in “Dolmen Music” and “Turtle Dreams”), this iteration of “Femenine” opens the door to its still unexplored potential for expansion, made up of transversal paths and evocations from the past that can reveal – even more effectively – its mystical essence.
One shouldn’t, therefore, make the mistake of regarding it as an apocryphal rendition: to this date the Sub Rosa edition is probably the most intense and intoxicating attestation of Julius Eastman’s free song, by now fully resurrected also thanks to such passionate contributions as this one.

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