Evgueni Galperine – Theory of Becoming

ECM, 2022
modern classical, electroacoustic


(ENGLISH TEXT BELOW)

Creare e suonare musica, incidere un disco, sono in fondo imprese che, con la condivisione della conoscenza e la tecnologia di cui disponiamo oggi, risultano alla portata di chiunque sia dotato di sufficiente immaginazione e perseveranza. Assai meno banale, invece, riuscire a trovare la propria voce individuale, un tratto inconfondibile, nella consapevolezza che nulla s’inventa di sana pianta e tutto, anzi, è rigenerazione di esperienze pregresse, predilezioni e memorie latenti.
Sin dalle battute iniziali del suo primo album di brani originali non destinati al cinema, è fuor di dubbio che Evgueni Galperine (*1974) sia figlio tanto del suo tempo quanto, in un certo senso, della storica etichetta che ha scelto di produrlo: ma Theory of Becoming è anche e soprattutto l’attestato di un raggiunto equilibrio fra le espressività predominanti della corrente modern classical e un approccio elettronico volto alla proiezione deformante, ipertrofica, di fonti acustiche nello spazio.

Appartenente alla stessa generazione (non soltanto anagrafica) di Max Richter e del compianto Jóhann Jóhannsson, il compositore francese di origini est-europee esordisce nella ECM New Series con una sorta di “antologia emotiva”, una raccolta di epifanie musicali in filigrana alle quali scorrono le personali vicende e passioni di un autore sino ad ora al completo servizio dell’immagine filmica – sue, tra molte altre, le colonne sonore per La ragazza d’autunno (superlativa opera seconda dell’enfant prodige Kantemir Balagov) e il remake televisivo a marchio HBO del classico bergmaniano Scene da un matrimonio.
Ed è infatti ben riconoscibile, sin da subito, la risolutezza di un rodato artigiano di atmosfere, la tonante precisione con cui i campionamenti strumentali alterati di violoncello o tromba vanno moltiplicandosi entro i tableaux digitali di Galperine, affastellati su più dimensioni concomitanti a comporre una realtà sonora aumentata dal carattere intrinsecamente cinematico.

Una poetica, si diceva, che porta con sé l’eco di maestri passati e presenti, un’eredità di stilemi che non di rado richiama la stessa fucina di Manfred Eicher, dalle meditazioni sacrali di Arvo Pärt e Giya Kancheli all’intimismo del post-jazz norvegese. Persino un così longevo baluardo della musica contemporanea, tuttavia, ha teso a mantenersi distante dalla composizione elettroacustica, preferendovi sempre la viva presenza degli strumenti registrati in presa diretta, peraltro con cura maniacale e assoluto controllo sulla visione d’insieme. Se oggi Evgueni Galperine costituisce una gradita eccezione alla regola, è proprio in virtù della lucidità e della padronanza con cui è capace di plasmare e giustapporre i frammenti di materia sonora che il campionamento ha reso inerte, e che con l’invenzione di queste dieci sequenze, narrativamente conchiuse e tra loro autonome, tornano ad animarsi nelle forme e nei colori – talvolta rassicuranti, talaltra sinistri e grotteschi – che sono propri delle favole e dei sogni.


To create and play music, to make a record, are after all undertakings that, with the shared knowledge and the technology at our disposal today, turn out to be within the reach of anyone with sufficient imagination and perseverance. Far less trivial is, instead, to be able to find one’s own individual voice, an unmistakable trait, in the knowledge that nothing is invented out of thin air and that everything, on the contrary, is a regeneration of previous experiences, predilections and latent memories.
Right from the opening bars of his first album of original tracks not written for the screen, it is beyond doubt that Evgueni Galperine (*1974) is as much a child of his time as, in a certain sense, of the historic label that chose to produce him. But Theory of Becoming is also, and above all, the attestation of a balance achieved between the predominant expressions of the ‘modern classical’ current and an electronic approach aimed at the deforming, hypertrophic projection of acoustic sources in space.

Belonging to the same generation (not only age-wise) as Max Richter and the late Jóhann Jóhannsson, the French composer of East European origins makes his debut in the ECM New Series with a sort of “emotional anthology”, a collection of musical epiphanies below which flow the personal events and passions of an author who, until now, has been at the complete service of the filmic image – his, among many others, are the soundtracks for Beanpole (the superlative second feature by enfant prodige Kantemir Balagov) and HBO’s television remake of Bergman’s classic Scenes from a Marriage.
And here one can in fact immediately recognise a well-trained craftsman of atmospheres, the thundering precision with which the altered instrumental samples of cello or trumpet are multiplied within Galperine’s digital tableaux, stacked up on several concomitant dimensions to compose an augmented sound reality with an intrinsically cinematic character.

A poetics, as mentioned, that carries with it the echoes of past and present masters, a legacy of stylistic elements that not infrequently recalls Manfred Eicher’s own forge, from the sacred meditations of Arvo Pärt and Giya Kancheli to the intimism of Norwegian post-jazz. Even such a long-lived bulwark of contemporary music, however, has tended to keep its distance from electroacoustic composition, always preferring the vibrant presence of instruments recorded live, moreover with maniacal care and absolute control over the big picture. If today Evgueni Galperine is a welcome exception to the rule, it is precisely by virtue of the clarity and mastery with which he is able to mould and juxtapose the fragments of sound matter that sampling has rendered inert, and which, with the invention of these ten narratively self-concluded and autonomous sequences, come back to life in the shapes and colours – sometimes reassuring, other times sinister and grotesque – that are typical of fairy tales and dreams.

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