Johnny Chang & Keir GoGwilt – hope lies fallow

Another Timbre, 2022
chamber music, microtonal


(ENGLISH TEXT BELOW)

Culturalmente quanto di più distante dal concetto di “secoli bui”, l’epoca precedente il florilegio rinascimentale segnò l’apice di un’espressione artistica umile, ponderata e nondimeno gloriosa, tutta rivolta ai misteri della fede cristiana e intimamente ispirata dal timor di Dio. In un tale contesto, ove scienza e religione intridevano appieno la conoscenza del mondo da parte dell’uomo, non era insolito che venissero alla luce figure poliedriche come Ildegarda di Bingen (1098 –1179), autrice di composizioni musicali e poetiche oltre che depositaria di saperi enciclopedici. Le sue opere riflettono lo stupore contemplativo di fronte alla maestà del Creato, interpretandone l’intrinseca armonia in un cantus firmus di quieta magnificenza.


Il diffuso riavvicinamento delle nuove generazioni di musicisti alle forme musicali pre-moderne non fa capo a ragioni confessionali né a uno sterile revivalismo stilistico, bensì alla chiara percezione di un potenziale rimasto ampiamente inespresso: ossia il nucleo trascendentale racchiuso nelle più elementari particelle sonore, foriere di fenomeni percettivi che il perfezionismo esecutivo preteso dalla musica a venire avrebbe scongiurato definitivamente.
Raramente, tuttavia, accade di poter ascoltare qualcosa insieme di così antico e così vividamente presente. Entrambi interpreti sul crinale tra scrittura contemporanea e improvvisazione, i violinisti Johnny Chang e Keir GoGwilt sanciscono qui un connubio espressivo di non comune suggestione, mettendo in risalto la nascosta eppur solida parentela fra le strutture armoniche del Medioevo e le odierne estetiche riduzioniste (Chang è peraltro membro del collettivo internazionale Wandelweiser).

Benché le loro sessioni si rifacciano dichiaratamente a partiture plurisecolari – non soltanto di Santa Ildegarda, ma anche di Orlando di Lasso (1532 – 1594), esponente di punta del tardo Rinascimento fiammingo –, i due performer sembrano guardare alle antiche carte come a geometrie traslucide, ai loro autori come a presenze immote e silenziose, volti che trattengono il riposto segreto dei loro animi.
Registrato nel luglio 2021 presso la MacLaurin Chapel di Auckland, in Nuova Zelanda, hope lies fallow è un processo di distillazione che origina nella preziosità di delicati intrecci melodici e giunge a compimento con la più radicale essenzialità: spogliato delle coloriture formali e del vibrato – tecnica di fatto proibita in tutte le produzioni Another Timbre –, l’erratico dialogo a due voci astrae i caratteri distintivi tanto dei numi tutelari quanto dei discepoli, appianandosi in un tessuto di pure consonanze e altezze complementari, di toni sostenuti e sottili oscillazioni microtonali.

È un poema vergato in punta di archetto, una devota meditazione da camera lungo la quale, a tratti, il tremulo fruscio dei crini sulle corde arriva a sovrastarne le esili trame, arricchite nella seconda parte dalle occasionali, luminose linee vocali di Celeste Oram. Avviene così che le vie musicali dell’imperfezione, dell’ascolto profondo e paziente aprano le porte alle più beatifiche visioni, a quell’estasi mistica che infuse i maestri del passato e che torna qui a risplendere con altrettanto fulgore.


Culturally as far removed from the concept of ‘dark ages’ as can be, the era preceding the Renaissance florilegium marked the apex of a humble, pondered and nevertheless glorious artistic expression, entirely directed towards the mysteries of the Christian faith and intimately inspired by the fear of God. In such a context, where science and religion wholly permeated man’s knowledge of the world, it was not uncommon for multifaceted figures to emerge such as Hildegard of Bingen (1098 – 1179), author of musical and poetic compositions as well as the custodian of an encyclopaedic knowledge. Her works reflect contemplative awe before the majesty of Creation, interpreting its intrinsic harmony in a cantus firmus of quiet magnificence.

The widespread rapprochement of younger generations of musicians to pre-modern musical forms is not due to confessional reasons nor to a sterile stylistic revivalism, but rather to the clear perception of a potential that has remained largely untapped: that is the transcendental nucleus enclosed in the most elementary sound particles, harbingers of perceptive phenomena that the executional perfectionism demanded by the music to come would have definitively averted.
One rarely has the chance, however, to hear something at once so ancient and so vividly present. Both being performers on the borderline between contemporary writing and improvisation, violinists Johnny Chang and Keir GoGwilt seal here an expressive alliance of uncommon charm, highlighting the hidden yet solid kinship between the harmonic structures of the Middle Ages and today’s reductionist aesthetics (Chang is indeed a member of the international collective Wandelweiser).

Although their sessions explicitly refer to centuries-old scores – not only by St. Hildegard, but also Roland de Lassus (1532 – 1594), a leading exponent of the late Flemish Renaissance –, the two performers seem to look to the ancient charts as to translucent geometries, to their authors as to immote and silent presences, faces that retain the hidden secret of their souls.
Recorded in July 2021 at the MacLaurin Chapel in Auckland, New Zealand, hope lies fallow is a process of distillation that originates in the preciousness of delicate melodic interweavings and reaches its fulfillment with the most radical essentiality: stripped of formal embellishments and vibrato – a technique that is virtually forbidden in all Another Timbre productions –, the erratic two-voice dialogue abstracts the distinctive characters of tutelary deities and disciples alike, smoothing out into a fabric of pure consonances and complementary pitches, of sustained tones and subtle microtonal oscillations.

It is a poem penned on the tip of the bow, a devout chamber meditation along which, at times, the tremulous rustling of the horsehair on the strings ends up prevailing over the slender textures, enriched in the second half by the occasional, luminous vocal lines of Celeste Oram. It thus happens that the musical paths of imperfection, of a deep and unhurried listening open the doors to the most beatific visions, to that mystical ecstasy which infused the masters of the past and here shines again with equal splendour.

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