Stefano Pilia – Spiralis Aurea

Die Schachtel, 2022
chamber music, post-minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

La leggenda vuole che il più grande compositore di tutti i tempi abbia letto un solo libro in tutta la sua vita, da esso traendo non soltanto un’imperitura ispirazione, ma addirittura il segreto dell’assoluto in musica: il genio in questione era Johann Sebastian Bach, e quel libro era la Sacra Bibbia. Senz’altro un’esagerazione atta a consolidarne il mito, ma la quale sembra dirci che, forse, più della pratica è una fede autentica (in Dio, nella Musica stessa) a renderci capaci di sfiorare la perfezione. Laddove i moderni – persino quelli ancora oggi considerati “immortali” – anelavano al trascendente inciampando a ogni passo nella loro umana debolezza, i Kapellmeister tra Rinascimento ed età illuministica erano certi della loro filiazione divina, radice primigenia e ragione ultima di ogni nota o parola trascritta su carta, così nelle opere sacre come in quelle profane.

Quell’ordine supremo, dicevamo, era destinato a venir turbato e stravolto, in nome di una libertà ideologica ed espressiva che ha raggiunto il suo culmine nel secolo scorso: solo così, d’altronde, il “paradiso” perduto poteva essere ritrovato, l’armonia vista sotto una nuova luce e riassaporata come alle sue origini. Alle soglie dei nostri anni Venti si era ormai nettamente stagliato il vessillo di una nuova tonalità – un suo tramite privilegiato essendo l’estetica riduzionista del collettivo Wandelweiser –,  ma la sua voce appare quantomai viva all’indomani dei lockdown globali, tempo di profondissima incertezza e di necessaria introspezione nel corso del quale linee e geometrie essenziali sembravano offrire la miglior risposta all’interrogativo della creazione musicale.


Capofila della chitarra sperimentale in Italia, il poliedrico Stefano Pilia ci consegna oggi il suo progetto più inaspettato proprio perché radicalmente essenziale nella forma e cristallino nell’esecuzione: un novello canone cameristico si profila nei tredici movimenti di Spiralis Aurea, un vasto “libro” musicale dove il rigore formale è viatico per il totale assorbimento nelle sue stesse trame armoniche e, infine, l’estasi.
Un compendio sotto più d’un punto di vista: anzitutto nel quadro di un trasversale riavvicinamento all’ispirazione sacrale, a una solenne austerità che guarda con rinvigorita fascinazione al suono acustico come a un mistero da sondare nei suoi tratti meno percepibili; inoltre il progetto si avvale di molti altri protagonisti afferenti ad aree di ricerca limitrofe, rodati collaboratori e ospiti d’eccezione (tra i quali Adrian Utley dei Portishead, la sensazione indie IOSONOUNCANE e l’Ensemble Concordanze) riuniti nel canto sommesso di partiture dallo splendore discreto eppure insopprimibile.

Un ingresso che suona come l’accordatura di un intero universo, tra glissandi di archi ai loro estremi registri, per poi intraprendere il lungo viaggio nelle regioni di una compìta interiorità, di una solitudine che si ramifica sino a divenire voce plurale. Il carattere polifonico dell’opera, in effetti, è in molti casi puramente artificioso, l’esito di una meticolosa sintesi a partire dai vari take di un singolo strumentista, i quali vanno così a formare una sorta di prospettiva cumulativa, un equilibrio conquistato gradualmente.
L’ascoltatore sensibile non mancherà di discernere, benché sottile, il più intenso afflato delle registrazioni in presa diretta – il quartetto d’archi “IMAGO” e il duo “XIII” per violino e pianoforte –, episodi nei quali in special modo il raccoglimento spirituale di Arvo Pärt (tra il “Cantus in Memoriam Benjamin Britten” e “Spiegel Im Spiegel”) incontra le nuances del più umbratile Jóhann Jóhannsson; altrove, invece, sul sentimento tende a predominare un’atmosfera di lucida risolutezza, una visione d’insieme che si estrinseca in architetture modali dal lento gravitare, per l’appunto spiraleggianti, dove a un moto ascendente ne corrisponde quasi sempre uno inverso.

La giustapposizione di frammenti distinti ma complementari, potenzialmente estendibile all’infinito, ben si presta a suggestioni immaginifiche di natura generativa, concatenazioni di arborescenze e frattali che, pur nell’esattezza delle loro strutture morfologiche, sono in grado di produrre un effetto di lieve ma persistente spaesamento, come se ci trovassimo al “punto fermo di un mondo che gira”, citando i Quattro quartetti di T. S. Eliot. Del processo compositivo e della sua laboriosa gestazione non rimane che un puro distillato, l’inebriante affondo tra le spire dell’uroboro, arcaico simbolo di un eterno ritorno musicale. L’ordine è ristabilito, e Spiralis Aurea ne è il fulgido manifesto.


Personnel: Alessandra Novaga, electric guitar; IOSONOUNCANE, synth; Silvia Tarozzi, violin; Ensemble Concordanze (Alessandro Di Marco, violin; Elena Maury, violin; Alessandro Savio, viola; Mattia Cipolli, cello), Elisa Bognetti, horns; Enrico Gabrielli, organ; Valeria Sturba, violins; Giuseppe Franchellucci, cellos; Adrian Utley, 12-string guitar; Cecilia Stacchiotti, piano; Stefano Pilia, bass organ, organ samples


Legend has it that the greatest composer of all time had read only one book in his entire life, drawing from it not only an imperishable inspiration, but even the secret of the absolute in music: the genius in question was Johann Sebastian Bach, and that book was the Holy Bible. Certainly an exaggeration aimed at consolidating his myth, but which seems to tell us that, perhaps, more than practice, it is an authentic faith (in God, in Music itself) that enables one to approximate perfection.
Where the moderns – even the ones regarded to this day as “immortal” – yearned for the transcendent, stumbling at every step in their human weakness, the Kapellmeisters between the Renaissance and the age of Enlightenment were certain of their divine filiation, primeval root and ultimate reason for every single note or word transcribed on paper, in sacred works as well as in profane ones.

That supreme order, we were saying, was destined to be disrupted and overturned, in the name of an ideological and expressive freedom that reached its peak in the last century: only in this way, after all, could the lost “paradise” be rediscovered, harmony seen under a new light and savored as it was originally. On the threshold of the 2020s, the banner of a new tonality could already be clearly recognized – its main intermediary being the reductionist aesthetics of the Wandelweiser collective – but its voice feels more alive than ever in the aftermath of the global lockdowns, a time of profound uncertainty and of necessary introspection during which essential lines and geometries seemed to offer the best answer to the question of musical creation.

A leader of the experimental guitar in Italy, the versatile Stefano Pilia now offers us his most unexpected project precisely by virtue of it being radically essential in form and crystalline in its execution: a new chamber canon is outlined in the thirteen movements of Spiralis Aurea, a vast musical “book” where formal rigor is the viaticum for a complete absorption in its own harmonic textures and, finally, ecstasy.
A compendium under more than one point of view: first of all in the context of a transversal rapprochement to sacral inspiration, to a solemn austerity that looks with reinvigorated fascination at acoustic sound as a mystery to be fathomed in its less perceptible features; in addition, the project avails itself of many other protagonists from neighboring fields of research, well-established collaborators and special guests (including Portishead’s Adrian Utley, indie sensation IOSONOUNCANE and Ensemble Concordanze) united in the subdued song of scores of discreet yet irrepressible splendor.

An entrance that sounds like the tuning of an entire universe, between glissandi of strings at their outermost registers, to then embark on the long journey into the regions of a prim interiority, a solitude branching out to become a plural voice. The polyphonic character of the work, in fact, is in many cases purely artificial, the result of a meticulous synthesis on the basis of various takes from a single instrumentalist, thus forming a sort of cumulative perspective, a gradually conquered balance.
The sensitive listener won’t fail to discern, albeit subtle, the more intense afflatus of the live recordings – i.e. the string quartet “IMAGO” and the duo “XIII” for violin and piano –, episodes in which notably the spiritual recollection of Arvo Pärt (between “Cantus in Memoriam Benjamin Britten” and “Spiegel Im Spiegel”) meets Jóhann Jóhannsson’s darker nuances; elsewhere, instead, an atmosphere of lucid resoluteness tends to predominate over sentiment, an overall vision that is expressed in slowly gravitating modal architectures, indeed spiraling, where to an upward motion almost always corresponds an inverse one.

The juxtaposition of distinct but complementary fragments, potentially extendable to infinity, very well lends itself to imaginative suggestions of a generative nature, concatenations of arborescences and fractals which, despite the accuracy of their morphological structures, they manage to produce a slight but persistent effect of disorientation, as if we found ourselves “at the still point of the turning world”, quoting T. S. Eliot’s Four Quartets.
Of the compositional process and its laborious gestation remains but a pure distillate, the inebriating delve within the coils of the ouroboros, the archaic symbol of an eternal return in music. Order is restored, and Spiralis Aurea is its effulgent manifesto.

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