Éliane Radigue – Occam Ocean 3

Shiiin, 2021
drone, microtonal

(ENGLISH TEXT BELOW)

Trovo rassicurante che il destino della musica strumentale di Éliane Radigue risieda nelle mani dei suoi dedicatari e, più in generale, di una grande famiglia internazionale di interpreti illuminati, sensibili e devoti alla sua pluridecennale visione artistica. Il repertorio in continua espansione afferente alla serie ‘Occam’ non si accumula, infatti, in una risma di carta pentagrammata, bensì vive unicamente nella diretta esperienza di chi lo crea e lo alimenta a stretto contatto con la decana francese, che alle soglie dei novant’anni continua ad accogliere sperimentatori da tutto il mondo (denominati affettuosamente chevaliers d’Occam) nella sua dimora parigina: è qui che nascono le sue – anzi le loro – partiture “interiori”, compiute e tramandate oralmente in ogni singolo aspetto, dalle tecniche estese nelle quali sono forgiate all’essenziale, trasfigurante delineamento della loro progressione sonora.

Dopo un doppio CD inaugurale e il precoce svelamento della summa orchestrale del progetto (“Occam Ocean” per orchestra, 2015), l’ambiziosa ricognizione monografica intrapresa dall’etichetta Shiiin giunge ora al suo terzo volume con un programma da camera per soli archi. Le tre interpreti femminili sono figure già note e di innegabile rilievo nel panorama della musica contemporanea: l’italiana Silvia Tarozzi, che già nel 2013 aveva inciso per I Dischi di AngelicA il suo “Occam II” (2012) per violino solo; la violista Julia Eckhardt, apparsa nella prima pubblicazione e destinataria di “Occam IV” (2012); e la violoncellista Deborah Walker, l’unica a figurare anche da solista nel presente CD.

Quest’ultimo brano è per certi versi il discendente di due analoghi precedenti, composti da Radigue per il rinomato violoncellista Charles Curtis: “Naldjorlak” apriva idealmente il periodo successivo all’abbandono del fidato sintetizzatore ARP 2500 in favore della strumentazione acustica, ricercando nei wolf tones dell’accordatura irregolare l’immagine del violoncello come «corpo risonante unificato»; da questa sorta di grado zero della manifestazione sonora si è andato evolvendo il concept della serie ‘Occam’, fondata sull’assunto per cui “È inutile fare con più ciò che si può fare con meno”, oltre che ispirata a singole immagini di distese e corsi d’acqua.
Così al “Occam V” di Curtis fa seguito “Occam VIII” (2013), col quale si rinnova anzitutto lo stupore per il carattere spettrale, estremamente diafano dei toni sfiorati dall’archetto, lasciando man mano affiorare minutissimi ipertoni e sfregamenti, al confine estremo con una gestualità afona. È a partire da questo acusmatico presque rien che Deborah Walker va addentrandosi nelle moltitudini subarmoniche del violoncello, accedendo a uno stato di totale immedesimazione con l’entità sonora in continuo, benché quasi impercettibile mutamento: un’estasi epifanica oramai ben nota – e tuttavia immune all’abitudine – a chi ha familiarità con la produzione recente di Radigue.

Attorno a questo fulcro si innestano le declinazioni per duo e trio (rispettivamente “Occam River II” e “Occam Delta III”): sono i brani potenzialmente più disposti a moltiplicarsi, in quanto combinazioni ragionate tra le sonorità sviluppate dai vari musicisti nei precedenti assoli. Un repertorio per “iniziati”, dunque, che risponde però alla medesima ricerca di un’armonia assieme individuale e universale. Attraverso la reciprocità del loro ascolto profondo, gli interpreti si allineano lentamente a un altro tempo musicale: un presente in senso assoluto – l’unico ove questa musica possa pienamente esistere – entro il quale le identità timbriche degli strumenti si confondono e infine si dissolvono, generando un’apparente “monodia polifonica” smossa soltanto dalle inflessioni microtonali che le sono connaturate.

Ogni nuova esistenza sonora creata sotto l’egida di Éliane Radigue si dà come un evento dal fascino ipnotico e inesauribile, oltre che un tassello necessario a saziare quell’anelito trascendente che continua a ispirare l’arte della pioniera francese. Così anche il terzo capitolo discografico dedicato alla serie ‘Occam’ si impone facilmente come un ascolto illuminante e rivelatorio, indispensabile per ogni serio estimatore della musica contemporanea.

Silvia-Tarozzi / Deborah-Walker (ph: Rachel Van de Meerssche)

I find it reassuring that the fate of Éliane Radigue’s instrumental music lies in the hands of its dedicatees and, more generally, of a large international family of enlightened performers, sensitive and devoted to her decades-long artistic vision. The ever-expanding repertoire afferent to the ‘Occam’ series does not accumulate, in fact, in a ream of staff paper, but instead exists solely in the direct experience of those who create it and nourish it in close contact with the French doyen, who continues to host experimenters from all over the world (affectionately called chevaliers d’Occam) in her Parisian home: it is here that her – better, their – “inner” scores are born, completed and handed down orally in every single aspect, from the extended techniques in which they are forged to the essential, transfiguring delineation of their sonic progression.

After an inaugural double CD and the early unveiling of the project’s orchestral summa (“Occam Ocean” for orchestra, 2015), the ambitious monographic reconnaissance undertaken by the Shiiin label now reaches its third volume with a chamber programme for strings only. The three female performers are well-known figures of undeniable importance in the contemporary music scene: Italy’s Silvia Tarozzi, who already in 2013 had recorded her “Occam II” (2012) for solo violin under I Dischi di AngelicA; violist Julia Eckhardt, already a part of the first release and the recipient of “Occam IV” (2012); and cellist Deborah Walker, the only one to appear also as a soloist on this CD.

This latter piece is in some ways the descendant of similar two previous ones, composed by Radigue for renowned cellist Charles Curtis: “Naldjorlak” ideally opened the period following the quitting of the trusted ARP 2500 synthesizer in favor of acoustic instrumentation, searching through the wolf tones of the irregular tuning the image of the cello as a «unified sounding body»; from this sort of zero degree of sound manifestation the concept of the ‘Occam’ series evolved, based on the assumption that “It is vain to do with more what can be done with fewer”, while also inspired by single images of expanses and courses of water.
Thus Curtis’ “Occam V” was followed by “Occam VIII” (2013), in which is renewed the amazement for the spectral, extremely diaphanous character of the tones drawn by the bow, gradually allowing minute overtones and rubbings to emerge, at the ultimate limit with a soundless gesture. It is from this acousmatic presque rien that Deborah Walker delves into the subharmonic multitudes of the cello, accessing a state of complete identification with the sound entity in continuous, albeit almost imperceptible, change: an epiphanic ecstasy by now well known – and yet immune to habit – to those familiar with Radigue’s recent output.

Grafted around this fulcrum are then the declinations for duo and trio (respectively “Occam River II” and “Occam Delta III”): pieces potentially more prone to multiply, being reasoned combinations between the individual sounds developed by the various musicians in their previous solos. Hence a repertoire for “initiates” which, however, responds to the same quest for a harmony both individual and universal. Through the reciprocity of their deep listening, the interpreters slowly align themselves with another musical time: a present in the absolute sense – the sole one where this music can wholly exist – within which the timbral identities of the instruments are blurred and finally dissolved, giving rise to a seeming “polyphonic monody” stirred only by the microtonal inflections inherent in it.

Each new sound being created under Éliane Radigue’s aegis gives itself as an event of hypnotic and inexhaustible fascination, as well as a necessary piece to satiate the transcendent yearning that continues to inspire the art of the French pioneer. Thus also the third discographic chapter dedicated to the ‘Occam’ series easily imposes itself as an illuminating and revelatory listen, indispensable for any serious connoisseur of contemporary music.

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