SKRIM – The Crooked Path

Hubro, 2021
free impro, noise

(ENGLISH TEXT BELOW)

La storia della scena sperimentale norvegese è una congerie di amicizie e incontri folgoranti, una Babele di destini incrociati nel segno dell’assoluta libertà espressiva. A ridosso del nuovo millennio, visto come un’ipotetica tabula rasa, i più fulgidi talenti del sottobosco scandinavo sembrano avere inaugurato un cantiere dal quale potessero uscire soltanto creazioni senza precedenti, fusioni a caldo di stilemi ormai logori e riportati così a un nuovo, chimerico splendore. Dovendo scegliere dei padri putativi, verrebbe forse naturale indicare i leggendari Supersilent, che in seno alla Rune Grammofon diedero avvio a un’epopea nazionale ancora oggi in fase di febbrile scrittura.


È proprio l’istinto di ibridazione connaturato a questa scena che continua a produrre magnifiche belve come SKRIM, micidiale combo elettrica di veterani quali Gard Nilssen, Morten Qvenild, Ståle Storløkken e Stian Westerhus: nata dapprima come semplice reincarnazione del duo sPacemonKey (Qvenild / Nilssen), oggi la formazione raddoppia in numero e prestigio in virtù di precedenti esperienze musicali condivise tra cui Jaga Jazzist, Puma, Trondheim Jazz Orchestra e gli stessi Supersilent – qui rappresentati dal solo Storløkken –, i quali Westerhus affiancò dal vivo tra il 2012 e il 2013. 
La formula, come in altri casi analoghi, consiste nella sostanziale assenza di formule, laddove il quartetto procede senza indugio alcuno a incidere due sessioni da venti minuti ciascuna in cui, una volta misurati i rispettivi spazi, le energie collidono con violenza in un maelstrom di devianze sonore potentemente amplificate, come di rado capita di incontrarne nel catalogo a prevalenza avant-folk/jazz di Hubro, che in ogni caso funge da ulteriore sigillo di garanzia sul prodotto finale.

Occorre soltanto qualche minuto di incerto assestamento tra le parti per addentrarsi nel clima di tensione che anima il surreale interplay di “When Mammals Go Dancing”, le cui arterie sono percorse dalla potenza di fuoco delle due tastiere e dell’elettronica nervosamente manipolate da Qvenild e Storløkken, scorie acide di una jazz fusion “dimenticata a memoria” per tramutarsi in fraseggio schizoide e mercuriale. Su un asse uditivo perpendicolare sono invece le roventi bordate in accumulo della chitarra di Westerhus e il muscolare sfogo ritmico di Nilssen a rendere ancora più opprimente la concitata saturazione di impulsi improvvisati, così che soltanto negli ultimi due minuti la morsa si allenta lasciando allo scoperto certi vivaci jingle digitali da videogioco d’epoca.

Ma è nel cauto e sfuggente incipit di “Akihabara by Night” che tende a riaffiorare più nitida la poetica aliena di Storløkken, le cui scie sintetiche attraversano disordinatamente lo spazio semibuio in spregio alle cadenze quasi ritualistiche della batteria, fin quando d’un tratto, al decimo minuto, prende il via un rapido crescendo volumetrico e dinamico; impazzano anche qui Fender Rhodes e Hammond di memoria progressive, portando echi persistenti di Soft Machine e Area nell’occhio del ciclone che continuano a dominare, mentre il più defilato Westerhus preferisce riservarsi il tratteggio di una coda dal sapore cosmico, condotta pressoché in autonomia per mezzo di sovraincisioni, delay e melanconici arpeggi propri del suo inconfondibile linguaggio chitarristico.

Seppure si siano imposti ben pochi limiti di natura stilistica, i masters at work qui riuniti si fanno riconoscere per la capacità di contenere e domare l’impetuoso confluire delle rispettive sferzate sonore, risalendo idealmente ai gloriosi albori del post-jazz di marca norvegese. Se però SKRIM godrà di un consolidamento futuro, sarà di certo interessante vederli alle prese con incursioni ancora più eclettiche e imprevedibili.

The history of the Norwegian experimental scene is a jumble of friendships and dazzling encounters, a Babel of crossed destinies under the sign of an absolute freedom of expression. Close to the new millennium, seen as a hypothetical clean slate, the most shining talents of the Scandinavian underground seem to have inaugurated a workshop from which only unprecedented creations could emerge, hot fusions of worn-out stylistic features thus brought back to a new, chimerical splendor. If forced to choose its putative fathers, one would perhaps be led to name the legendary Supersilent who, under the aegis of Rune Grammofon, began a national epic that to this day is still in a phase of feverish writing.

It is precisely the instinct of hybridization inherent to this scene that continues to produce magnificent beasts such as SKRIM, the deadly electric combo of veterans Gard Nilssen, Morten Qvenild, Ståle Storløkken and Stian Westerhus: initially born as a mere reincarnation of the sPacemonKey duo (Qvenildemon / Nilssen), now the line-up doubles in number and prestige by virtue of previously shared musical experiences such as Jaga Jazzist, Puma, Trondheim Jazz Orchestra and Supersilent themselves – here represented by Storløkken only –, whom Westerhus had joined live between 2012 and 2013.
The formula, as in other similar cases, consists in a substantial lack of formulas, whereas the quartet proceeds without further ado to record two 20-minute sessions where, once the respective spaces have been measured, their energies collide with violence into a maelstrom of powerfully amplified sonic deviances, such as are rarely encountered in Hubro’s avant-folk/jazz catalog, which nonetheless acts as a further guarantee seal on the final product.

It takes only a few minutes of uncertain adjustment between the parts to enter the tense atmosphere that animates the surreal interplay of “When Mammals Go Dancing”, whose arteries are traversed by the firepower of the two keyboards and electronics nervously manipulated by Qvenild and Storløkken, the acid slag of a jazz fusion “forgotten by heart” in order to become a schizoid and mercurial phrasing. On a perpendicular aural axis, on the other hand, it is the scorching accumulations of Westerhus’ guitar and Nilssen’s muscular rhythmic outbursts that make the excited saturation of improvised impulses even more oppressive, such that only in the last two minutes the grip is loosened, thus uncovering some bustling, vintage video game-like digital jingles.

But it’s in the cautious and elusive opening of ”Akihabara by Night” that Storløkken’s alien poetics tends to resurface more clearly, as synthetic trails disorderly cross the half darkened space in spite of the almost ritualistic cadences of the drums, until suddenly, around minute ten, a rapid volumetric and dynamic crescendo begins; here, too, rage the Fender Rhodes and Hammond of progressive lineage, bringing persistent echoes of Soft Machine and Area in the eye of the storm that they continue to dominate, while the more secluded Westerhus prefers to reserve for himself the hatching of a cosmic-flavored coda, conducted almost independently by means of overdubs, delay effects and melancholic arpeggios typical of his unmistakable guitar language.

Although very few stylistic limits were imposed, the ‘masters at work’ here gathered can be recognized for their ability to contain and tame the impetuous confluence of their respective sonic lashings, ideally tracing back to the glorious beginnings of Norway’s post-jazz saga. However, if SKRIM were to enjoy future consolidation, it will certainly be interesting to see them engage with even more eclectic and unpredictable forays.

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