Lawrence English – A Mirror Holds the Sky

Room40, 2021
field recordings

(ENGLISH TEXT BELOW)

Che si tratti di una documentazione sonora tendente a un’utopica “oggettivazione” della realtà, oppure di un’indagine profonda dei suoi dettagli meno percepibili, l’atto e l’arte del field recording ci invitano a riconsiderare il nostro ruolo di ascoltatori, sfidandoci a sospendere la nostra istintuale decodifica delle sorgenti acustiche per cogliere, piuttosto, il manifestarsi della materia sonora così com’è, avulsa da qualunque meccanismo interpretativo. Sulle orme dei maîtres-à-penser Pierre Schaeffer e R. Murray Schafer – uniti dal destino nell’assonanza dei loro cognomi – possiamo educarci ad accostare la realtà sonora come una drammaturgia in sé compiuta, forte della sua intrinseca varietà di registri, sfumature e intrecci di livelli uditivi che altrimenti, nell’esperienza non mediata della vita quotidiana, il nostro cervello continuamente organizza e bilancia in autonomia.


Gli interventi di Lawrence English in questo ambito non fanno eccezione, e sono anzi tra le più pregnanti interrogazioni su come ascoltiamo ciò che ascoltiamo, indipendentemente dal contesto di registrazione e dall’eventuale intervento in studio sulle tracce originali. E come il suo comprimario Francisco López, anche il sound artist australiano ha piena familiarità con quella cornucopia di richiami, stridori e granulosi bordoni che va a comporre l’incessante polifonia delle foreste pluviali: un groviglio acustico impossibile da sintetizzare e riprodurre fedelmente, stratificato com’è tra la sua dimensione più elevata, a tratti assordante, e quella del microsuono entomologico e floristico, entrambe onnipresenti negazioni del placido ideale bucolico che la civiltà urbana attribuisce alla sfera naturalistica.

«[…] l’Amazzonia ci rende minuscoli. Non si tratta di una volgare dimostrazione di potere da parte sua, quanto piuttosto di un promemoria tangibile del nostro posto in e su questo pianeta. Una volta entrati nell’Amazzonia, essa ci spinge (con forza) a rimettere a fuoco la prospettiva che abbiamo di noi stessi, dei nostri modi d’essere, delle nostre conoscenze, e ci ricorda (non così delicatamente) che non siamo altro che una funzione assai minuta in un’equazione che si estende in tutte le direzioni attraverso il tempo e lo spazio.»

Le macchie vegetali, le sponde e i corsi d’acqua che circondano il Lago Mamori divengono qui il teatro (assente) di un ecosistema inequivocabilmente musicale, denso di motivi e refrain regolati da infallibili meccaniche istintuali: e come in una primordiale danza evolutiva, i suoi innumerevoli attori d’ogni grado si sovrastano l’un l’altro e si avvicendano nel corso delle loro industriose giornate, facendo della pura sopravvivenza una proteiforme scultura sonora. A cesellarla sapientemente sarà poi English – non un invadente esploratore bensì simbiotico alleato degli autoctoni –, il quale ne attraversa lo spazio prospettico tramite dissolvenze quasi impercettibili, paragonabili allo spostamento delle coordinate di uno sguardo accorto e meravigliato, testimone privilegiato di un rituale al di fuori del dominio di Chronos.

A Mirror Holds the Sky funge così da inquadratura mobile e, dunque, da dispositivo aurale atto a compendiare gli spettri micro e macro dell’ecosistema pluviale, svelando parte delle innumerevoli dinamiche sonore che permeano i suoi atavici cicli di vita. E con ciò fa eco, ancora una volta, al grido d’allarme di una diversità biologica che in meno di un mezzo secolo potrebbe soccombere definitivamente alla furia distruttrice del capitalismo globale.

Whether it is a sound documentation tending to a utopian “objectivation” of reality, or a deep investigation of its less perceptible details, the act and the art of field recording invite us to reconsider our role as listeners, challenging us to suspend our instinctual decoding of the acoustic sources to discern, rather, the manifestation of the sound matter as it is, detached from any interpretative mechanism. Following the footsteps of maîtres-à-penser Pierre Schaeffer and R. Murray Schafer – united by fate in the assonance of their surnames – we can educate ourselves to approach the sound reality as a dramaturgy in itself fulfilled, strong in its intrinsic variety of registers, nuances and intertwining auditory levels which otherwise, in the unmediated experience of daily life, our brain continually organizes and balances independently.

Lawrence English’s interventions in this sector are no exception, and are indeed among the most poignant interrogations on how we listen to what we listen to, regardless of the recording context or any reworking of the original tracks in the studio. And like his peer Francisco López, the Australian sound artist, too, is fully familiar with that cornucopia of calls, screeches and grainy drones that shape the incessant polyphony of rainforests: an acoustic tangle impossible to synthesize and reproduce faithfully, layered as it is between its higher, sometimes deafening dimension, and that of the entomological and floristic microsound, both omnipresent negations of the placid bucolic ideal that urban civilization attributes to the naturalistic sphere.

«[…] the Amazon dwarfs us. This is not some vulgar display of power on its behalf, rather it’s a tangible reminder of our place in, and on, this planet. Once you step into the Amazon it prompts us (strongly) to refocus the perspective we hold of ourselves, of our ways of being, of our understandings and it (not so gently) reminds us that we are but one very minor function in an equation that extends in all directions across time, and space.»

The vegetation, the shores and the waterways that surround the Mamori Lake become here the (absent) theater of an unequivocally musical ecosystem, replete with motifs and refrains regulated by infallible instinctual mechanisms: and as in a primordial evolutionary dance, his countless actors of all grades dominate one another and alternate in the course of their industrious days, turning pure survival into a protean sonic sculpture. The latter will then be skilfully chiseled by English – not an intrusive explorer but instead a symbiotic ally of the natives –, who crosses the perspective space through almost imperceptible fades, comparable to the shifting coordinates of a shrewd and marvelled gaze, the privileged witness of a ritual beyond the domain of Chronos.

A Mirror Holds the Sky thus acts as a moving frame and, therefore, as an aural device capable of summarizing the micro and the macro spectrums of the rainforest ecosystem, revealing part of the countless sound dynamics that permeate its ancestral life cycles. And all the while it echoes, once again, the alarm cry of a biological diversity that in less than half a century could definitively succumb to the destructive fury of global capitalism.

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