Janis Lago – Daughter of Sappho / Recovery

Next Year’s Snow, 2021
experimental electronic, sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

Le rivoluzioni, o quantomeno le scosse più decise nell’orizzonte artistico arrivano sempre dal basso, e a maggior ragione nell’era di Internet: giunti a quella che parrebbe già essere la fase calante dell’elettronica hi-tech (o, come l’ha definita Simon Reynolds, conceptronica), c’era la curiosità di sapere cosa sarebbe rimasto all’ipotetico indomani di un tale collasso estetico, fusione a caldo e rapprendimento bidimensionale di quella “polifonia di nessuno” che è l’identità individuale e collettiva nell’era contemporanea.
Il profilo evasivo e indefinibile della producer Janis Lago emerge tutto d’un tratto dal sottobosco delle community online, pubblicando tre diversi album nei soli primi due mesi del 2021: un atto di forza lontano dal clamore degli hype annunciati ma che, attraverso un capillare passaparola, potrebbe divenire in breve tempo un solido culto della nuova elettronica sperimentale.


Se l’inaugurale Aftercare, rilasciato lo scorso 5 gennaio, rappresentava già un radicale affondo nei detriti di un linguaggio glitch/techno irrimediabilmente sfaldato, l’intermezzo Way too often (20 gennaio) mescolava ulteriormente le carte sul fronte stilistico nel dare una forma abrasiva e respingente al “volto dell’apatia”, la spettrale immagine cumulativa dei miliardari Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Elon Musk e Bill Gates. 
In essi, tuttavia, non sono in alcun modo rintracciabili o ancora ipotizzabili la progettualità e la celata ambizione di un’opera intima e tormentata come Daughter of Sappho / Recovery: forgiata nello stesso spleen da Generazione Z cui ha dato voce 아버지 [father], la straniante visione dell’adolescente Lago nasce e ritorna nell’ombra, nel flusso metamorfico e asemantico che permea il non-luogo mentale tra sonno e veglia, traspirando i demoni di una gravosa condizione fisica e psicologica.

Questo album riguarda la mia vita. Ci sono voluti tre mesi per realizzarlo. Durante quel periodo sono riuscita non soltanto a restare viva, ma anche a imparare cosa significa essere lesbica. Questo è per le persone che mi hanno insegnato e la persona di cui mi sono innamorata. Spero sorrida leggendolo.
Ho anche dovuto affrontare alcune situazioni per me difficili, ad esempio delle lacune nella mia memoria di lavoro, la depressione che entrava e usciva dalla mia vita, un nuovo tic che mi faceva un gran male al braccio e lo stress dei compiti di scuola. Ma ora guardatemi: ce l’ho fatta. Sono qui. Sono ancora viva, respiro, mi sento fottutamente meglio con me stessa. Ho confermato la mia esistenza. Provo ancora amore.

Ammesso, dunque, che si tratti di un effettivo rito di purificazione alle soglie dell’adultità, persino alla prova del blindfold test è facile comprendere come questo fluviale album parli di assenza, ovvero di non-presenza a se stessi: è un altro drammatico riflesso di un clima – quello pandemico, s’intende – mai sperimentato nella storia recente, di un obnubilante sovvertimento della vita quotidiana cui non si è ancora davvero in grado di far fronte in tutta la sua complessità; un disorientamento esistenziale cui forse allude l’artwork stesso dell’album, simile a una planimetria domestica impossibile, post-Escheriana, priva di entrate o uscite ma fitta di zone oscure e inospitali, paradossi strutturali nei quali si coagula il malessere di una reclusione forzata.

Nel processo di scoperta della propria sessualità, Lago affida la sua travagliata ispirazione artistica alla protezione materna di Saffo, poetessa dell’amore femminile vissuta nell’isola greca di Lesbo: una figura talmente arcaica da apparire situata al di fuori del tempo, così come non vi è una riconoscibile successione cronologica nella drammaturgia in forma libera dell’album, resoconto informe e sfilacciato di lunghe notti inquiete, densamente popolate di ricordi fatui e voci indistinte.
Un ascolto, nel suo insieme, reso particolarmente impervio dalla concomitanza pressoché costante di piani inconciliabili, tessuti paralleli percorsi in lunghezza da falle e scavature tra le quali si infiltrano correnti artificiali estranee e ibridazioni materiche di varia grana.

Pur non venendo meno i tratti intrinsecamente sfuggenti del’odierna sound art elettronica, con schermate di fibrillante astrazione e molteplicità fenomenica, fra le nove tracce si affollano nondimeno certi ritorni ciclici da generazioni precedenti: il dubstep fagocitante e inesorabile dell’incipit, aritmie dispersive e timbri vocali sottratti all’involucro umano (“Eyeballs: Swallower”), sfrigolanti saturazioni drone-noise (“The longest walk (to an abandoned nightclub)”) e residui di una tape music smaterializzata e senz’anima (“Visit (!)”); mentre è nelle sequenze dalla dichiarata ispirazione onirica che l’approccio istintuale della producer sfocia in un’acusmatica digitale priva di qualsiasi appiglio mimetico, sino all’imponente digressione finale – soundscape sintetico cauterizzato in un brodo primordiale simile a quello evocato dagli Autechre in “all end”.

Opera incoerente ed erratica come gli umori che l’hanno generata, Daughter of Sappho / Recovery non è l’antidoto alle angosce cui dà così ampio sfogo, ma spalanca una finestra interiore attraverso la quale possiamo riconoscere e tentare di comprendere un disagio reale e profondo che le sole parole non riescono a circoscrivere. Al pari delle tavole di Rorschach, l’opus magnum di Janis Lago si manifesta come una visione a tal punto irrisolta da sembrare potenzialmente inesauribile.


Revolutions, or at least the most decisive shocks in the artistic horizon always come from below, and even more so in the age of the Internet: having possibly reached what would seem to be already the waning phase of hi-tech electronics (or, as defined by Simon Reynolds, conceptronica), there was an eagerness to know what would remain in the hypothetical aftermath of such an aesthetic collapse, the hot fusion and two-dimensional condensation of that “polyphony of none” which is the individual and collective identity in the contemporary era.
The evasive and indefinable profile of producer Janis Lago emerged all of a sudden from the underworld of online communities, releasing three different albums in the first two months of 2021: an act of force far from the clamor of announced hypes but which, through word-of-mouth, could quickly become a solid cult in the field of new experimental electronics.

If the inaugural Aftercare, released on January 5th, already represented a radical dive into the detritus of an irremediably fallen-apart glitch/techno language, the interlude Way too often (January 20th) further mixed things up on the stylistic front in giving an abrasive and repelling form to the “face of apathy”, the ghostly cumulative image of billionaires Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Elon Musk and Bill Gates.
In said works, however, the projectuality and the covert ambition of an intimate and tormented work such as Daughter of Sappho / Recovery are in no way detectable or even conceivable: forged in the same Gen-Z spleen to which 아버지 [father] gave voice, the estranging vision of the adolescent Lago arises from and returns in the shadows, in the metamorphic and asemantic flow that permeates the mental non-place between sleep and wakefulness, transpiring the demons of a burdensome physical and psychological condition.

this album is about my life. it took three months to make. during that time i managed not only to stay alive, but to learn what it means to be a lesbian. this is for the people who taught me and the person i fell in love with. i hope she smiles reading that.
i also had to deal with some things i found difficult, namely my working memory failing me, depression coming in and out of my life, a new tic hurting the hell out of my arm, and the stress of my schoolwork. but look at me: i made it through. i’m here. i’m still living and breathing and i feel fucking better about myself. i confirmed my existence. i feel love again.

Assuming, therefore, that this is an actual purification rite on the threshold of adulthood, even with a blindfold test one would easily understand how this fluvial album speaks of absence, meaning a non-presence to oneself: it’s one more dramatic reflection of a climate – the pandemic, of course – never before experienced in recent history, of a mind-numbing subversion of everyday life which we’re not yet really able to cope with in all its complexity; an existential disorientation to which the album artwork itself alludes, resembling an impossible, post-Escherian domestic planimetry, without entrances or exits but filled with dark and inhospitable areas, structural paradoxes in which the malaise of forced confinement coagulates.

In the process of discovering her own sexuality, Lago entrusts her troubled artistic inspiration to the maternal protection of Sappho, the poet of feminine love who lived on the Greek island of Lesbos: a figure so archaic as to appear to be situated outside of time, just like there’s no recognizable chronological succession in the album’s free-form dramaturgy, a shapeless and frayed account of long restless nights, densely populated with fatuous memories and indistinct voices.
A listening, overall, made particularly impervious by the almost constant concomitance of irreconcilable planes, parallel textures crossed in length by gaps and hollows between which extraneous artificial currents and materic hybridizations of varying grain size infiltrate.

While not lacking the intrinsically elusive traits of today’s electronic sound art, with screens of fibrillating abstraction and phenomenal multiplicity, through the nine tracks nonetheless find their place certain cyclical returns from previous generations: the engulfing and inexorable dubstep of the incipit, dispersive arrhythmias and vocal timbres removed from their human envelope (“Eyeballs: Swallower”), sizzling drone-noise saturations (“The longest walk (to an abandoned nightclub)”) and residues of a dematerialized and soulless tape music (“Visit (!)”); while it’s in the sequences with a declared oneiric inspiration that the instinctual approach of the producer leads to a form of digital acousmatics devoid of any mimetic foothold, up until the imposing final digression – a synthetic soundscape cauterized in a primordial soup such as that evoked by Autechre on “all end”.

Incongruous and erratic like the moods that generated it, Daughter of Sappho / Recovery is not the antidote to the anguish it gives so ample vent to, but opens an inner window through which we can recognize and try to understand a genuine and profound discomfort that words alone cannot circumscribe. Like Rorschach’s plates, Janis Lago’s opus magnum manifests itself as a vision so unresolved as to seem potentially inexhaustible.

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