Nik Bärtsch – Entendre

ECM, 2021
minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Fedele al procedimento modulare come motore del proprio flusso compositivo ed esecutivo, il pianista svizzero Nik Bärtsch torna in veste solista dopo quasi vent’anni principalmente dedicati alle sue creature collettive Mobile e Ronin, anch’esse presenze stabili nel catalogo ECM: tali ensemble sono i medium privilegiati di una pratica performativa prossima al rituale, dove lo schematismo formale non esclude – e anzi prevede con programmatica esattezza – una tensione verso apici drammatici dal carattere estatico e persino rivelatorio, alimentata con paziente disciplina attraverso concatenazioni ritmico-melodiche esattissime e non di rado trascinanti.

Oggi gli stilemi della ripetizione differente pervadono non soltanto l’ambito della prolifica corrente neoclassica ma anche quello della scena indie in senso ampio, i cui giovani protagonisti guardano con rinnovata fascinazione alle rivoluzioni estetiche introdotte dai pionieri del minimalismo tra gli anni sessanta e settanta. Ma la spinta propulsiva endogena che anima i brani di Bärtsch, e in particolare le strutture autonome di questo nuovo Entendre, non sembra attingere alle partiture della scuola newyorkese quanto a un’America discostata, almeno in spirito, dalla fervente metropoli: rispetto al nitore dei moduli sviluppati in gruppo, infatti, in questi piano solo prevalgono soluzioni d’effetto più atmosferico e nondimeno inebriante, dato dall’impressionistico confondimento delle cellule motiviche tra le risonanze del pedale sustain (“Modul 58-12”); è proprio questo tratto a richiamare in special modo certe ipnotiche e abbacinanti suite di John Adams come “Phrygian Gates” e “Hallelujah Junction”, geometrie prospettiche che si disvelano passo dopo passo in tutta la loro cristallina magnificenza.

In francese il verbo ‘entendre’ non si riferisce soltanto alla percezione uditiva (sentire, ascoltare) ma anche alla sfera dell’allusione a significati non detti, lasciati trapelare fra le pieghe del discorso principale. Così, a dispetto del rigore architettonico, la tavolozza tonale di Bärtsch accoglie un parallelo spettro di fugaci devianze timbriche, elementi di dubbio che ne incrinano la linearità.
Nel “Modul 55” si intrudono qua e là stoppati o rapidi scorrimenti delle dita sulle corde, “preparazioni” di un istante che velano l’afflato intensamente malinconico del brano con gelide ombre passeggere, necessario ed efficace controbilanciamento a spiragli di luce che guidano il processo creativo del pianista verso aperture melodiche ancor più trionfali.
Successivamente è tuttavia la tecnica estesa a divenire il fondamento di “Modul 5”, che dal martellare convulso su una sola nota, alterata premendo con intensità variabile dentro la cassa armonica, conduce – alternatamente o al contempo – alla vertigine di fraseggi quantomai affilati e all’illusoria moltitudine della strumming music di Charlemagne Palestine.

Originando da un persistente tintinnabuli nel registro acuto, “Modul 26” potrebbe sì guardare allo storico capolavoro di Steve Reich “Music for 18 Musicians”, ma con un approccio assai meno oggettivante e quasi romantico, in un affresco polimetrico che dalla graduale fioritura del pattern primigenio va moltiplicandosi in un riverbero di riflessi nell’acqua. Completano il quadro esercizi di stile dal mood più tetro e arcigno, come ricalcando le aguzze scenografie di un film muto dell’orrore (“Modul 13”), sino al guardingo notturno conclusivo “Déjà-vu, Vienna”, cadenzato da sommesse progressioni di accordi tra le quali si intrecciano arabeschi pari a evanescenti riccioli di fumo.

Metodico e appassionato come agli esordi, dai suoi schemi esecutivi aperti Nik Bärtsch ricava autentiche epopee in miniatura, escursioni lungo impervi sentieri guidate dalle formule e infinite variazioni del puro linguaggio musicale. La ragione al servizio del sentimento.


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Faithful to the modular process as the engine of his own compositional and executional flow, Swiss pianist Nik Bärtsch returns as a soloist after almost twenty years mainly dedicated to his collective creatures Mobile and Ronin, equally fixed presences in the ECM catalog: these ensembles are the privileged mediums of a performative practice close to a ritual, where formal schematism does not exclude – and indeed predisposes with programmatic exactness – a tension towards dramatic peaks with an ecstatic and even revelatory character, nourished with patient discipline through most exact, often enthralling rhythmic-melodic concatenations.

Today the stylistic features of different repetition pervade not only the prolific neoclassical current but also the indie scene at large, whose young protagonists look with renewed fascination at the aesthetic revolutions introduced by the pioneers of minimalism between the sixties and seventies.
But the endogenous propulsive thrust which animates Bärtsch’s pieces, and particularly the autonomous structures of this new Entendre, doesn’t seem to draw on the scores of the New York school as much as an America apart, at least in spirit, from the fervent metropolis: compared to the clarity of the modules developed with the ensembles, in fact, in these piano solo prevail solutions with a more atmospheric and nonetheless heady effect, given by the impressionistic blurring of the motivic cells between the resonances of the sustain pedal (“Modul 58-12”); it’s precisely this trait that especially recalls certain hypnotic and dazzling suites by John Adams such as “Phrygian Gates” and “Hallelujah Junction”, perspective geometries revealing themselves step by step in all their crystalline magnificence.

In French, the verb ‘entendre’ refers not only to auditory perception (to hear, to listen) but also to the sphere of allusion to unspoken meanings, betrayed in the folds of the main speech. Thus, despite the architectural rigor, Bärtsch’s tonal palette welcomes a parallel spectrum of fleeting timbral deviations, elements of doubt that break its linearity.
Here and there on “Modul 55” intrude themselves mufflings or rapid slidings of the fingers on the strings, instantaneous “preparations” that veil the intensely melancholy inspiration of the piece with chilling passing shadows, the appropriate and effective counterbalance to glimmers of light that guide the pianist’s creative process towards even more triumphal melodic openings.
Subsequently, however, it’s the extended technique that becomes the foundation of “Modul 5”, which from the convulsive hammering on a single note, altered by pressing with variable intensity inside the sounding board, leads – alternately or concurrently – to the vertigo of sharp phrasings and to the illusory multitude of Charlemagne Palestine’s ‘strumming music’.

Originating from a persistent tintinnabuli in the high register, “Modul 26” could indeed refer to Steve Reich’s historic masterpiece “Music for 18 Musicians”, but with a much less objectifying, almost romantic approach, in a polymetric fresco that from the gradual blossoming of the primal pattern goes on to multiply in the reverberation of water reflections. The picture is completed by exercises in style with a more gloomy and grim mood, as if emulating the sharp backgrounds of a silent horror film (“Modul 13”), up to the final, cautious nocturne “Déjà-vu, Vienna”, punctuated by subdued progressions of chords among which arabesques are intertwined like evanescent curls of smoke.

Methodical and passionate as he was from the beginning, from his open-ended playing schemes Nik Bärtsch derives authentic miniature epics, excursions along steep paths guided by the formulas and infinite variations of pure musical language. Reason in the service of sentiment.

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