아버지 [father] ‎– residue

self-released, 2020
ambient, vaporwave

(ENGLISH TEXT BELOW)

“My generation is going to be known for wanting to die and memes.” Apparsa su un giornale e divenuta a sua volta un meme virale su Internet, questa grottesca citazione sembra condensare l’inestricabile matassa di pensieri e sentimenti che gravano sulla sopravvivenza quotidiana dei millennials, e più in generale di chi si trova ad affrontare un proprio percorso di crescita nel travagliato ventunesimo secolo. Il senso di profondo smarrimento provocato da una socialità disintegrata, da ambienti educativi e lavorativi opprimenti, da un mercato globale che crea ed esaudisce desideri illusori, portano a sviluppare goffi meccanismi di difesa nei quali rifugiarsi perpetuamente, rimandando ogni drastica decisione a un indefinito domani. Sempre più fluida e pervasiva, la musica rimane per molti un’ancora di salvataggio, o quantomeno un veicolo di compassione atto a sentirsi meno soli.

Nel bene e, soprattutto, nel male, il 2020 sembra aver arrestato la frenetica corsa del tempo: le inquietudini che aleggiavano vorticosamente su un sistema globale in graduale collasso si sono come sedimentate e fatte tangibili, costituendo una minaccia per la salute dell’intera civiltà. È nel pieno della crisi pandemica, tra ansie e solitudini incolmabili, che sono tornate a diffondersi in maniera capillare le opere di Leyland “The Caretaker” Kirby e dell’americano John Zobele, alias 아버지 [father]: in particolare, rispettivamente, il ciclo Everywhere at the End of Time (2016-2019), trasposizione sonora degli effetti della demenza sulla memoria individuale, e reflection (2016), raccolta di loop elettronici dalla spessa grana vintage, grevemente pensosi e intrisi di malinconia vaporwave; per esagerazione iperbolica – complice un picco di ricerche su Google tra luglio e novembre – la comunità del web ha finito con l’identificare questi due progetti come gli emblemi della depressione in musica, quasi si trattasse di una conquista generazionale a lungo agognata, la concretizzazione di uno zeitgeist altrimenti inesprimibile.


Dopo un anno come il 2020, dalla parte di un musicista sarebbe forse prevedibile (o addirittura pleonastico) scrivere un requiem per l’umanità, quando ciò di cui si sente maggiormente il bisogno è uno spazio di quiete e riflessione: una parentesi temporale ove l’angoscia e la speranza possano brevemente confondersi e risolversi in un “cosciente oblio”, prima di tentare una faticosa risalita della china economica, sociale e, in definitiva, esistenziale.
Così, nella penultima settimana di dicembre, è uscito a sorpresa residue, il terzo album a firma 아버지: non più un incubo a bassa risoluzione dallo sfuggente sentore mortifero (per il quale è stato prontamente coniato il sotto-genere deathdream), bensì il suo adagio conclusivo, la coda d’accompagnamento alla faticosa eppur necessaria emersione da un’apnea che ci ha lasciato, per l’appunto, un’energia soltanto residuale, ma che dovremo farci bastare per riprendere il cammino.

Una figura di nero vestita si allontana da noi in un orizzonte latteo, eppure la vista prospettica non cambia: fors’anche involontariamente, il videoclip minimale di “normalcy” suggerisce un sentimento di fuga permanente, o un’ossimorica permanenza nella fuga; in questi otto frammenti alberga la strenua illusione di eludere l’ineludibile, aggrappandosi a un passato ormai conosciuto e vinto, seppur ancora doloroso nel ricordo.
Di riflesso, l’album si delinea come una collezione di istantanee dagli ultimi due decenni di ambient/elettronica: mareggiate espressioniste alla Bvdub (“low level of despair”), isolate linee melodiche riversate su consunti nastri basinskiani (“like nothing changed”, “in the garden”), dolenti risonanze di pianoforte e scie di synth nostalgici nello stile di Alessandro Cortini in AVANTI (“when your world collapses”, “normalcy”).

Infine, in “world to come”, si affaccia un tiepido barlume di fragile lirismo post-umano: è un campione in pitch rialzato da “Always Up”, contenuta in Double Negative (2018) dei Low, a fungere da bastevole surrogato di quella compassione che la generazione perduta del terzo millennio, silenziosamente, non smette di invocare – I see it / Hearts trailing / What you so / Afraid of.


“My generation is going to be known for wanting to die and memes.” Appeared in a newspaper and in turn become a viral meme on the Internet, this grotesque quote seems to condense the inextricable tangle of thoughts and feelings that weigh on the daily survival of millennials, and more generally of all those facing their own path of growth in the troubled twenty-first century. The sense of profound bewilderment caused by a disintegrated sociality, oppressive educational and working environments, a global market that creates and fulfills illusory desires, has led to the development of clumsy coping mechanisms in which to take refuge perpetually, postponing any drastic decision to an indefinite tomorrow. Increasingly fluid and pervasive, music remains for many a lifeline, or at least a vehicle of compassion in order to feel less lonely.

For good and, especially, for bad, 2020 seems to have halted the frenetic rush of time: the disquiet that swirled around a gradually collapsing global system has become tangible and has sedimented, constituting a threat to the health of civilization as a whole. It’s in the midst of the pandemic crisis, hotbed of anxieties and unbridgeable solitudes, that the works of Leyland “The Caretaker” Kirby and the American John Zobele, aka 아버지 [father], have found a new and wider diffusion: in particular, respectively, the Everywhere at the End of Time cycle (2016-2019), a sonic transposition of the effects of dementia on individual memory, and reflection (2016), a collection of dense, vintage-grained electronic loops, heavily pensive and imbued with ‘vaporwave’ melancholy; by hyperbolic exaggeration – thanks to a peak of Google searches between July and November – the web community ended up identifying these two projects as the emblems of depression in music, almost as if it were a long-awaited generational achievement, the concretization of an otherwise inexpressible zeitgeist.

After a year such as 2020, on a musician’s part it would perhaps be predictable (or even pleonastic) to write a requiem for humanity, when what’s most needed is a space of quiet and reflection: a temporal parenthesis where anguish and hope may briefly commingle and resolve themselves into a “conscious oblivion”, before attempting a tiring ascent of the economic, social and, ultimately, existential slope.
Thus, in the penultimate week of December, 아버지 released his third album by surprise: no longer a lo-fi nightmare with an elusive deadly inkling (for which the ‘deathdream’ sub-genre was promptly coined), but instead its closing adagio, the accompanying coda to the tiresome yet necessary emersion from an apnea that has left us, in fact, with only a residual energy, but which will have to suffice in order to resume our journey.

A figure dressed in black moves away from us in a milky horizon, yet the perspective view does not change: perhaps involuntarily, the minimal video clip for “normalcy” suggests a feeling of permanent escape, or even an oxymoronic permanence in escaping; these eight fragments harbor the strenuous illusion of avoiding the unavoidable, clinging to a past that is by now known and conquered, albeit still painful in remembrance.
Consequently, the album is outlined as a collection of snapshots from the last two decades of ambient/electronics: expressionist swells à la Bvdub (“low level of despair”), isolated melodic lines stored on Basinskian worn-out tapes (“like nothing changed”, “in the garden”), sorrowful piano resonances and nostalgic synth trails in the style of Alessandro Cortini’s AVANTI (“when your world collapses”, “normalcy”).

Finally, in “world to come”, a tepid glimmer of fragile post-human lyricism manifests itself: it’s a sample in raised pitch from “Always Up”, contained in Low’s Double Negative (2018), acting as a suitable substitute for that compassion which the lost generation of the third millennium, although silently, has never ceased to invoke – I see it / Hearts trailing / What you so / Afraid of.

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