Alex Cunningham – Rivaled

Void Castle, 2021
harsh noise, avantgarde, free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

La mia passione per la sfera sperimentale nasceva assieme alla fascinazione per gli estremi: porte spalancate dalle devianze hardcore e gli imperscrutabili ermetismi della cosmogonia zorniana, dagli stridori disumani di Diamanda Galás e dall’impeto nichilista di Merzbow; arrivare a solcare la vertigine del suono totale rimette in prospettiva ogni ascolto precedente, attivando nuovi livelli percettivi cui il consumo musicale passivo non potrebbe in alcun modo dare accesso.
Vi è una forma d’estasi inaspettata, serendipitosa, nel trasformare il gesto sonoro in un simulacro letteralmente “amplificato”, fuor di proporzione, o nel ricavare dal nulla un’alterità timbrica sino a prima inimmaginabile. Su queste due polarità, tra distorsione elettrica e puro ‘sonorismo’ acustico, si gioca l’ultimo progetto del violinista americano Alex Cunningham, votato al più categorico rifiuto della maniera accademica in favore di un espressionismo radicale e, in ultima istanza, trascendente.

Già membro del duo Apathist! e del Vernacular String Trio – valvole di sfogo condivise per il suo tormentato virtuosismo atonale –, con Rivaled l’avanguardista di Saint Louis, Missouri posa su due lati di cassetta i binari paralleli e complementari della sua ricerca artistica, animata da una tensione estetica perpetuamente irrisolta e in fieri che non ammette punti di contatto estranei a sé stessa, in un solipsistico e ipertrofico alimentarsi che si spinge sino all’orlo del collasso.


Un indistinto e ruggente maelstrom di power electronics satura i canali stereo in “Faith”: è in questa marmorea colonna di frequenze abrasive che Cunningham procede a scavare forme effimere e saettanti, graffiando la viva materia con gesti altrettanto brutali, violentemente insensati; ai margini del quadro va poi a sommarsi il brusio di segnali radio indistinti, come anime compresse in una bolgia infernale senza via d’uscita.
Per quasi mezz’ora il tumulto post-industrial imperversa con assurda ferocia sino allo stordimento, rincarando la dose con strati concomitanti di pattern amorfi sino a raggiungere, negli ultimi minuti, una fase di relativo appianamento in un drone-noise dalla solenne tonalità maggiore: l’unico esito possibile di una battaglia senza vincitori al di fuori del suono stesso, sprigionato in tutta la sua soverchiante fisicità.

Se nel primo lato Cunningham attuava un’apparente “sottrazione” dal caos analogico, come perforando la superficie di un buio impenetrabile, “Void” ne costituisce l’antitesi assoluta: nulla circonda più il raggio d’azione del violino, di ritorno nella sua naturale veste unplugged, unico protagonista di un contesto performativo desertificato, finanche asettico nella sua carenza di riverbero. Stavolta ogni tratto è dunque un’incisione nel silenzio, l’ansioso e penetrante contrappunto di una voce ruvida e stoicamente asemantica che, per una durata speculare al primo lato, si profonde in inaudite soluzioni timbriche sul corpo martoriato dello strumento.
La diretta ascendenza di queste divagazioni è da individuarsi nei “soundings” del pioniere Malcolm Goldstein, ispiratore e collaboratore di alcuni tra i più grandi innovatori del linguaggio musicale nel Novecento – da John Cage a Ornette Coleman, Pauline Oliveros e James Tenney. Allo stesso modo, Cunningham ricorre a ogni sorta di tecnica estesa e di oggetti impropri al fine di adombrare l’identità storica del violino, immaginando nuove oblique configurazioni del suo potenziale di produzione sonora.

Con indole famelica, invero quasi cannibalistica, Alex Cunningham traccia l’alfa e l’omega della sua pratica sperimentale in un manifesto di bruciante intensità, immune a qualsiasi forma di stilizzazione e pervaso da un’energia primordiale e senza filtri, veicolo di azioni avventate e nondimeno necessarie al pieno compimento di una visione artistica incorrotta.


My passion for the experimental sphere was born together with my fascination for extremes: doors opened wide by the hardcore deviancies and the inscrutable hermeticism of Zorn’s cosmogony, by Diamanda Galás’ inhuman screeching and Merzbow’s nihilistic impetus; reaching the vertigo of total sound puts every previous listening into perspective, activating new perceptual levels to which passive musical consumption couldn’t possibily give access.
There’s an unexpected, serendipitous form of ecstasy in transforming the sonic gesture into a literally “amplified”, disproportionate simulacrum, or in extracting a previously unimaginable timbral alterity out of nothing. On these two polarities, between electric distortion and pure acoustic ‘sonorism’, is played out the latest project by American violinist Alex Cunningham, devoted to the most categorical rejection of academic mannerism in favor of a radical and, ultimately, transcendental expressionism.

Already a member of the Apathist! duo and the Vernacular String Trio – collective outlets for his tormented atonal virtuosity –, with Rivaled the avant-gardist from Saint Louis, Missouri lays on the two sides of a cassette tape the parallel and complementary tracks of his artistic research, animated by a perpetually unresolved, in fieri aesthetic tension that won’t admit any points of contact extraneous to itself, in a solipsistic and hypertrophic growth skimming the brink of collapse.

An indistinct and roaring maelstrom of power electronics saturates the stereo channels on “Faith”: it’s inside this marble-like column of abrasive frequencies that Cunningham proceeds to excavate ephemeral and darting forms, scratching the living matter with equally brutal, violently senseless gestures; at the edge of the frame, the buzz of indistinct radio signals adds up, like souls compressed in a hellish bedlam with no way out.
For almost half an hour the post-industrial turmoil rages with absurd ferocity to the point of dizziness, reinforced by concomitant layers of amorphous patterns until reaching, in the last minutes, a phase of relative levelling with the solemn major tonality of a drone-noise: it’s the only possible outcome of a battle without winners except sound itself, unleashed in all its overwhelming physicality.

If, on side A, Cunningham carried out an apparent “subtraction” from the analog chaos, as if piercing the surface of an impenetrable darkness, “Void” constitutes its absolute antithesis: nothing surrounds the range of action of the violin anymore, as it returns to its natural unplugged state, the sole protagonist of a desertified performative context, even aseptic in its scarce reverberation. This time, therefore, each stroke is an incision on silence, the anxious and penetrating counterpoint of a rough and stoically asemantic voice which, for a duration equal to the first side, is lavishing in unprecedented timbral solutions on the instrument’s mangled body.
The direct ancestry of these digressions can be found in the “soundings” of pioneer Malcolm Goldstein, inspirer and collaborator of some of the greatest innovators of the twentieth-century musical language – from John Cage to Ornette Coleman, Pauline Oliveros, and James Tenney. Similarly, Cunningham uses all sorts of extended techniques and improper objects in order to overshadow the historical identity of the violin, imagining new oblique configurations of its potential for producing sounds.

With a ravenous, indeed almost cannibalistic attitude, Alex Cunningham traces the alpha and the omega of his experimental practice in a manifesto of burning intensity, immune to any form of stylization while pervaded by a primordial, unfiltered energy, the vehicle of hasty but nevertheless necessary actions for the fulfillment of an uncorrupted artistic vision.

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