Luc Ex – Music of Inevitable Sounds

Trost, 2020
contemporary classical, avantgarde

(ENGLISH TEXT BELOW)

C’è chi rifugge la mìmesis del reale, trovando nell’astrazione formale un espediente per dare adito a inusitate dimensioni espressive – talvolta quasi impenetrabili da parte altrui –, e c’è invece chi pare abbeverarsi, e finanche si inebria della diversificata e onnipresente selva di rumori quotidiani, arrendendosi a quella che nell’esistenza odierna è divenuta ormai una “pornofonia” generalizzata e soverchiante. Un eccesso di stimoli sensoriali che ci circonda ma che progressivamente si deposita e inficia la nostra attività cerebrale, come le polveri sottili nei polmoni, tale da renderci persino incapaci di immaginarne la completa assenza, o di godere appieno dei momenti di quiete che sempre più di rado ci sono offerti.

Avrete già capito su quale fronte decide di schierarsi Luc Klaasen alias Luc Ex (moniker ereditato dalla militanza nella storica band sperimentale olandese): ‘Se non puoi batterli, unisciti a loro’, è il motto che ha attraversato i secoli, e così è avvenuto nella più radicale avanguardia musicale, dall’inno al fragore urbano di Luigi Russolo e dei suoi sodali Futuristi sino ai muri di harsh noise che si innalzano dall’underground giapponese e statunitense.
Music of Inevitable Sounds, tuttavia, non è uno sterile esercizio di emulazione ipoteticamente atto ad aggravare il drammatico bilancio acustico del nostro presente: si tratta piuttosto di un contrappunto cameristico a impulsi molesti o fenomeni sommessamente costanti che, nell’immaginazione di Klaasen, si tramutano in “chiavi” su cui fondare partiture stravaganti e inclassificabili, celebrazioni collettive di un’incolta benché fertile alterità sonora.


L’ingresso è sornione e segnatamente onomatopeico: “March of the Ventilators” vede gli undici musicisti dell’ensemble misto (percussioni, strumenti a corde e a fiato) armonizzarsi in un registro di pura sospensione tonale, sfruttando le più sorde tecniche estese per alimentare una superficie asciutta e incolore, dalla quale si fa strada infine una scialba e dimessa fanfara d’ottoni. Assai più aggressivo e tagliente, invece, lo sviluppo para-narrativo di “Ode to the Machine”, grottesco panorama industriale che rievoca le irriverenti incursioni orchestrali di Frank Zappa – dal marciume collagista di “Uncle Meat” sino al gran galà “The Yellow Shark” –, incluso un intermezzo di grugniti e flatulenze eseguiti con assoluta dedizione. 
L’etere radiofonico italiano offre lo spunto iniziale per l’eccentrica reinvenzione di un cantiere edilizio, dove a rigorose punteggiature ritmiche si frappongono multiformi cluster di fermento generale (“Bouwput ô Bouwput”), mentre in seguito è il perpetuo moto rotatorio di una betoniera a ispirare l’ossessiva e semi-seria avanzata dell’ensemble, guidato dalla batteria alla conquista di nuovi insediamenti per la civiltà che produce e consuma senza sosta (“63 Bill. Tonnes of Concrete”).

Nel campionario delle compulsioni contemporanee non poteva mancare il coacervo verbale delle telefonate in pubblico (“Loud Speaking People”): esso viene ricreato dai musicisti in un affastellamento di fraseggi scomposti che si prendono gioco delle mediocri inflessioni teatrali che rivolgiamo al nostro ricevitore; a scanso di equivoci, comunque, il proclama a suggello della beffa strumentale è sufficientemente esplicito – ‘I don’t want to hear your fucking conversations anymore’.
E ancora, dal rintocco incrociato di campane che scandiscono il succedersi di millenarie ritualità religiose (“Obtrusive”) al tracciamento della mutevole intensità timbrica di un motore d’automobile (“Drive Yourself Fitter”), arrivando alla sintesi di una giornata di concitati flussi migratori entro i confini metropolitani (“City Shakes”), l’inventiva di Luc Ex oscilla continuamente fra dettaglio e visione d’insieme, nel tentativo di accentrare a sé l’intera complessa fenomenologia del vivere in uno scenario saturo di inquinamento acustico, esperito e colpevolmente ignorato a livello globale.
All’estro creativo si accompagna così la denuncia deliberata, mascherando l’amara consapevolezza di una degenerazione senza ritorno per mezzo di un gioioso e affiatato summit performativo, unica forma di esorcismo concessa all’arte del suono.


Line-up: Joost Buis, trombone; Saartje van Camp, cello; Luc Ex’, acoustic bass; Renato Ferierra, bass/tenor sax; Pepe Garcia, percussion; Yedo Gibson, reeds; Nora Mulder, piano; Mika Szafrowski, guitar; Veryan Weston, piano/keystation; Nina Hitz, cello; Vladislav Psaruk, trombone


There are those who shy away from the mimesis of the real, finding in formal abstraction the means to give rise to unusual expressive dimensions – sometimes almost impenetrable by others – and there are those who seem to wallow, even intoxicate themselves with the diverse and omnipresent wilderness of everyday noises, surrendering to that which in today’s existence has by now become a generalized and overwhelming “pornophony”. An excess of sensory stimuli that surrounds us while progressively settling in our brain activity and affecting it, like fine dust in the lungs, such as to even make us unable to imagine its complete absence, or to fully enjoy the moments of quiet that more and more seldom are offered to us.

One can easily guess on which front stands Luc Klaasen aka Luc Ex (moniker inherited from his militancy in the legendary Dutch experimental band): ‘If you can’t beat them, join them’, goes the motto that has spanned the centuries, and thus happened with the most radical musical avant-garde, from the hymns to urban clamour by hand of Luigi Russolo and his Futurist associates to the harsh noise walls rising from the Japanese and American undergrounds.
Music of Inevitable Sounds, however, is not a mere exercise in emulation, hypothetically apt to aggravate the dramatic acoustic balance of our present: it is rather a chamber counterpoint to disturbing impulses or quietly constant phenomena which, through Klaasen’s imagination, are transformed in “clefs” on which to found extravagant and unclassifiable scores, collective celebrations of an uncultivated albeit fertile sonic alterity.

The entrance is sly and notably onomatopoeic: “March of the Ventilators” sees the eleven musicians of the mixed ensemble (percussion, string and wind instruments) harmonize on a register of pure tonal suspension, employing the most muffling extended techniques to enhance a dry and colorless surface, from which a dull and humble brass fanfare finally makes its way. Much more aggressive and trenchant, instead, is the para-narrative development of “Ode to the Machine”, a grotesque industrial landscape that evokes Frank Zappa’s irreverent orchestral forays – from the collagist rot of “Uncle Meat” to the grand gala “The Yellow Shark” – including an interlude of grunts and flatulence executed with absolute dedication.
Italy’s radiophonic ether offers the starting point for the eccentric reinvention of a building site, where rigorous rhythmic punctuations are interposed with multiform clusters of general ferment (“Bouwput ô Bouwput”), while later on it’s the perpetual rotary motion of a concrete mixer that inspires the ensemble’s obsessive and semi-serious advance, led by the drums to the conquest of new settlements for the relentlessly producing and consuming civilization (“63 Bill. Tonnes of Concrete”).

In this sampler of contemporary compulsions, the verbal jumble of telephone calls in public could not go missing: on “Loud Speaking People” the musicians recreate it with a tangle of broken phrasings which make fun of the mediocre theatrical inflections we address to our receiver; to avoid any misunderstanding, though, the proclamation that seals the instrumental mockery is fairly explicit – ‘I don’t want to hear your fucking conversations anymore’.
And again, from the crisscross toll of bells marking the succession of millenary religious rituals (“Obtrusive”) to the tracing of the mutable timbral intensity of a car engine (“Drive Yourself Fitter”), up until the synthesis of a whole day of excited migratory flows within the metropolitan boundaries (“City Shakes”), Luc Ex’s inventiveness continuously oscillates between detail and overall vision, in an attempt to centralize the entire complex phenomenology of living in a scenario saturated with noise pollution, experienced and shamefully ignored on a global scale.
The creative flair is thus matched by a deliberate accusation, masking the bitter awareness of a degeneration without return by means of a joyful and tight-knit performative summit, the only form of exorcism granted to the art of sound.

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