William Basinski – Lamentations

Temporary Residence Ltd., 2020
ambient, tape music

(ENGLISH TEXT BELOW)

Occorre risalire alle scritture dell’Antico Testamento per comprendere il senso della lamentatio, il grido che sorge dalla tragedia umana ed echeggia nella storia per voce dei profeti e degli evangelisti, dalla devastazione di Gerusalemme per mano dei Babilonesi alla crocifissione di Cristo. Nelle arti occidentali, in particolare, ha attraversato i secoli l’immagine della Mater dolorosa davanti al corpo senza vita del figlio, eternata nelle opere di Giotto, Michelangelo e Giovanni Bellini ma anche nelle polifonie dei maestri di cappella rinascimentali, sino ai nostri contemporanei quali Penderecki, Pärt, Górecki e MacMillan.
Niente affatto scevra da una propria forma di sacralità e trascendenza, si può dire che l’intera opera di William Basinski consista nel dare forma concreta al lamento del tempo: quello perduto e ineffabile della malinconia, cristallizzata nell’incessante iterazione di cellule motiviche, e quello della realtà che decade e si dissolve sotto i nostri occhi, un istante dopo l’altro, finché non ne rimane soltanto la più esile essenza.

La sua pratica compositiva, d’altronde, ha sempre assunto i connotati di un’accurata archeologia sonora: polverosi archivi custodiscono tracce dimenticate, frammenti melodici estraniati dalla loro ispirazione originaria e rivestiti di un’aura sublime, fragilmente rilucente. Un rapporto privilegiato, anzi esclusivo, con un passato che assurge così a eterno presente e che, immancabilmente, torna a rivelarsi tra i solchi del concept Lamentations: eppure, anche una volta emersi dalle remote nebbie, certi brani (o meglio, brandelli) non sembrano volersene distaccare, rimanendo come ancorati allo splendore illusorio e decadente nel quale furono forgiati.
È senz’altro significativo che, a quindici anni dal “manifesto” espressivo Melancholia (2005), Basinski si riassesti ora su un formato più breve, come se, in questo preciso frangente storico, la poesia di un solo istante non fosse sufficiente a racchiudere l’ampiezza di spettro e la profondità di sentimenti che sono, come sempre, sia individuali che universali – assenza, lontananza, perdita,  brama di vite forse mai vissute.


Più in particolare non si ricorda, in tutta la sua opera, il ricorso a un lirismo così esplicito e “corporeo”: una Maria (Callas) Mater dell’anima, personificazione femminile dei nostri intimi struggimenti il cui canto, da lacrimosa e inesausta invocazione (“O, My Daughter, O, My Sorrow”) si tramuta, col trittico finale, in un vero e proprio disco rotto, difetto meccanico che è nondimeno in grado di proiettare l’effimero in un orizzonte temporale indefinito. 
Questo e altri tratti di Lamentations avvicinano quantomai l’estetica del compositore americano ai materiali e alle atmosfere di Leyland “The Caretaker” Kirby, altro custode silenzioso di relitti musicali relegati in umide cantine borghesi o nei reconditi cunicoli della memoria senile. Filtrate da un crepitio di grammofono, le lussureggianti cadenze delle sue ‘sale da ballo infestate’ risuonano come risacche di una belle époque idealizzata (“The Wheel of Fortune”, “Paradise Lost”, “Transfiguration”), alternate alla raggelante stasi di paesaggi vieppiù foschi e indistinti (“For Whom the Bell Tolls”, “Passio”, “Silent Spring”).

Se anche ne risultasse in parte sacrificata l’aura di assoluta unicità, i nastri consunti di Basinski conservano anche qui l’inconfondibile afflato che lo hanno reso un’icona della scena ambient contemporanea: ma quell’ineffabile malinconia che permeava le suite della maturità artistica, dai Disintegration Loops a Cascade, sfocia dopotutto in un più delineato anelito nostalgico, un’ardente e disperata preghiera – “Please, This Shit Has Got to Stop” – che si fa carico delle angosce che affliggono l’umanità intera, senza distinzione alcuna, nel drammatico ‘qui e ora’ che ha avvolto il mondo nell’ombra della morte.


One would necessarily have to go back to the scriptures of the Old Testament to understand the meaning of lamentatio, the cry that arises from human tragedy and echoes throughout history by voice of the prophets and evangelists, from the devastation of Jerusalem at the hands of the Babylonians to the crucifixion of Christ. In Western arts, in particular, the image of the Mater dolorosa in front of her son’s lifeless body has spanned the centuries, eternalized in the works of Giotto, Michelangelo and Giovanni Bellini but also in the polyphonies of the Renaissance chapel masters, up to contemporaries of ours such as Penderecki, Pärt, Górecki, and MacMillan.
Not at all devoid of its own form of sacrality and transcendence, it can be said that the entire oeuvre of William Basinski consists in giving concrete form to the lament of time: the lost and ineffable one of melancholy, crystallized in the incessant iteration of motivic cells, and that of reality as it decays and dissolves before our eyes, one moment after another, until only its slightest essence remains.

His compositional practice, moreover, has always assumed the connotations of an accurate sound archeology: dusty archives preserve forgotten traces, melodic fragments estranged from their original inspiration and coated with a sublime, feebly shimmering aura. A privileged, indeed exclusive relationship with a past that thus rises to an eternal present and which, inevitably, reveals itself once again among the grooves of the Lamentations concept: yet, even once they have emerged from the remote mists, certain pieces (or rather, shreds) don’t seem keen to abandon them, remaining as if anchored to the illusory and decadent splendor in which they were forged. 
It is undoubtedly significant that, fifteen years after the expressive “manifesto” of Melancholia (2005), Basinski is now reacquainting himself with a shorter format, as if, at this precise historical juncture, the poetry of a single moment was not enough to encompass the breadth of spectrum and the depth of feelings that are, as always, both individual and universal – absence, distance, loss, desire for lives perhaps never lived.

More specifically one can’t remember, in all his work, the recourse to such an explicit and “corporeal” lyricism: a Maria (Callas) Mater of the soul, female personification of our intimate yearnings whose song, from a tearful and inexhaustible invocation (“O, My Daughter, O, My Sorrow”) turns, with the final triptych, into an actual broken record, a mechanical defect that nevertheless can project the ephemeral into an indefinite time horizon.
This and other traits of Lamentations bring the American composer’s aesthetic closer than ever to the materials and atmospheres of Leyland “The Caretaker” Kirby, another silent keeper of musical relics relegated in humid bourgeois basements or in the innermost burrows of senile memory. Filtered by a gramophone crackle, the lush cadences of his ‘haunted ballrooms’ resound like the undertow of an idealized belle époque (“The Wheel of Fortune”, “Paradise Lost”, “Transfiguration”), alternating with the chilling stasis of landscapes increasingly bleak and indistinct (“For Whom the Bell Tolls”, “Passio”, “Silent Spring”).

Even if their aura of absolute uniqueness were partly sacrificed, Basinski’s threadbare tapes still retain the unmistakable afflatus that made him an icon of the contemporary ambient scene: but the ineffable melancholy that permeated the suites of his artistic maturity, from The Disintegration Loops to Cascade, flows after all in a more delineated nostalgic longing, an ardent and desperate prayer – “Please, This Shit Has Got to Stop” – which takes on the anxieties afflicting the whole of humanity, without distinction, in the dramatic ‘here and now’ that has shrouded the world in the shadow of death.

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