Giacinto Scelsi – Suite No.9; Quattro illustrazioni; Un Adieu

Shira Legmann, piano

Elsewhere, 2020
20th-century classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Ogni valido ascolto, a suo modo, dovrebbe essere dedicato. Anche per il più assiduo musicofilo la tentazione e le occasioni di distrarsi sono sempre dietro l’angolo: eppure, in certi casi, è la musica stessa l’antidoto che risolleva la soglia d’attenzione, la forza magnetica che ci fa riacquistare coscienza e sembra spingerci finanche oltre i limiti della stessa. E se, da un lato, l’intera linea editoriale della Elsewhere di Yuko Zama rappresenta un’esortazione – o addirittura un’educazione – all’ascolto profondo, così anche l’opera mistica e inclassificabile di Giacinto Scelsi riesce ogni volta a esercitare una propria perturbante forma di seduzione, scardinando qualsiasi senso di familiarità per accedere a una dimensione di assoluta alterità formale ed espressiva.


I tre brani selezionati per questa raccolta sono solo alcune tra le testimonianze di una storia della letteratura pianistica “dimenticata a memoria”: un’ispirazione che assorbe per osmosi le energie e il marcato pathos dell’età classica per trasferirli entro partiture in apparenza estranee a qualsiasi canone, idealmente collocate in uno spazio liminale e incontaminato fra l’onda lunga del tardo romanticismo e l’integralismo delle avanguardie post-weberniane. 
Con una simile disposizione all’oblio, alla “lucida passività” professata dal compositore italiano, dovrebbero accostarsi a questi brani sia l’interprete che l’ascoltatore: invitare il silenzio e il raccoglimento, fare ingresso con la mente sgombra nello spirito delle visionarie e totalizzanti improvvisazioni scelsiane, la cui successiva trascrizione su carta è stata poi rivendicata dal collaboratore Vieri Tosatti.

Il medium della presente “canalizzazione” è la talentuosa israeliana Shira Legmann, già protagonista su Elsewhere della prima registrazione di “Barricades” (2018-2019), ciclo di studi elettroacustici di Michael Pisaro, ma dimostratasi parimenti in sintonia con le Partite per clavicembalo di Bach, divenute celebri nelle versioni per pianoforte di Glenn Gould. E sebbene si avverta distintamente l’imperfetta grana sonora della registrazione dal vivo, lo sforzo d’immedesimazione e la passione debordante dell’interpretazione di Legmann non ne risultano scalfite in alcun modo, assicurando un’esperienza d’ascolto di rara potenza emozionale.

Shira Legmann

Opera centrale del presente album è la “Suite n° 9” (1953), ulteriormente identificata col termine “Ttai”: si tratta dell’undicesimo esagramma dell’I-Ching, il ‘Libro dei mutamenti’ cinese che John Cage, in quello stesso periodo, cominciò a utilizzare come metodo di divinazione per le sue partiture aleatorie. “Il piccolo se ne va, il grande viene. Cielo e Terra si congiungono, l’immagine della Pace”, recita il testo orientale in risposta al lancio casuale delle monete, come a dirci che nel flusso transeunte dell’esistenza si può sempre andare incontro a tratti di relativa prosperità, a una risoluzione favorevole che spesso, tuttavia, deve passare da una necessaria destabilizzazione, dall’inatteso stravolgimento delle proprie certezze.
Con ciò si spiegherebbe, infatti, il tono decisamente greve di questi nove movimenti, in grado di conciliare la furia degli elementi con un pensoso e tormentato lirismo: è lo sciabordìo di un’interiorità inesprimibile se non nell’astrazione delle note inanellate o affastellate con foga su intervalli ravvicinati, con sporadici sconfinamenti nel registro alto che evocano rintocchi di campane, talvolta cullanti, talaltra rapidi e lancinanti. Gli impeti drammatici che fluiscono dalle mani di Scelsi presentano, in più casi, sorprendenti assonanze con la “Musica Ricercata” di György Ligeti – coeva alla Suite ma eseguita in pubblico per la prima volta soltanto nel 1969 –, programmatico esercizio di stile sviluppato a partire da due sole note, addizionate progressivamente sino alle dodici del suo ultimo segmento.

Il carattere scuramente ossessivo della suite si propaga, con minore afflato, nelle seguenti “Quattro illustrazioni”: anch’esse datate al 1953, fanno riferimento alle Metamorfosi (o avatāra) della divinità indù Visnù, così come descritte nella Bhagavadgītā. Indugiando sulla ripetizione differente e nervosa di figure motiviche paragonabili a mantra, in poco meno di quindici minuti si arriva a solcare apici di violenta e trasformante estasi – rivissuti da Legmann con formidabile trasporto –, per sprofondare infine nel gorgo di un’abissale irresolutezza. È il frutto incorrotto di uno stato meditativo atto a eludere qualsiasi volontà cosciente, traspirante soltanto le alterne correnti dell’imperscrutabile caos che alberga nell’animo del suo tramite corporeo. 

Venticinque anni dopo, “Un Adieu” (1978) sembra costituirne il naturale epilogo: un accesso di malinconia nondimeno inquieta che lascia intravedere, in filigrana, l’umbratile profilo del reclusivo Conte Scelsi, outsider per vocazione in vita e figura di crescente culto dopo la morte nel 1988. La sua influenza sulla musica contemporanea è ormai innegabile, oltreché trasversale, e ciò si deve anche all’impegno di etichette indipendenti (non più soltanto europee) che hanno saputo riconoscere la singolarità della sua poetica trascendentale.


Giacinto Scelsi

Every valuable listening should be, in its own way, dedicated. Even for the most assiduous music lover, the temptation and the opportunities to get distracted are always around the corner: yet, in some cases, music itself is the antidote raising the threshold of attention, the magnetic force that makes us regain consciousness and even seems to push us beyond its limits. And if, on the one hand, the entire editorial line of Yuko Zama’s Elsewhere represents an exhortation – if not an actual education – to deep listening, so too Giacinto Scelsi’s mystical and unclassifiable oeuvre is able to exert each time its own uncanny form of seduction, unhinging any sense of familiarity to access a dimension of absolute formal and expressive alterity.

The three pieces selected for this collection are just a few testimonies of a history of piano literature “forgotten by heart”: an inspiration absorbing the energies and the marked pathos of the classical age by osmosis to transfer them into scores apparently extraneous to any canon, ideally placed in a liminal and uncontaminated space between the long wave of late romanticism and the integralism of post-Webern avantgarde.
With a similar disposition to oblivion, to the “lucid passivity” professed by the Italian composer, both the interpreter and the listener should approach these pieces: inviting silence and absorption, clear-mindedly entering the spirit of Scelsi’s visionary and totalizing improvisations, whose subsequent transcription on paper would later on be reclaimed by collaborator Vieri Tosatti.

The medium of this “channeling” is the talented Israeli Shira Legmann, already protagonist on Elsewhere of the first recording of “Barricades” (2018-2019), Michael Pisaro’s cycle of electroacoustic etudes, but who also proved to be equally in tune with Bach’s Partitas for harpsichord, which became famous in the piano versions by Glenn Gould. And although the imperfect sound grain of the live recording is distinctly perceived, the effort of transference and the overwhelming passion of Legmann’s renditions are not affected in the least, ensuring a listening experience of rare emotional power.

The album’s main piece is the “Suite No.9” (1953), further identified with the word “Ttai”: it’s the eleventh hexagram of the I-Ching, the Chinese ‘Book of changes’ which John Cage, in that same period, began to use as a method of divination for his aleatory scores. “The little one goes, the big one comes. Heaven and Earth unite, the image of Peace”, reads the oriental text in response to the random toss of the coins, as if to tell us that in the transient flow of existence one can always experience times of relative prosperity, a favorable resolution which often, however, must pass through a necessary destabilization, the unexpected upheaval of one’s own certainties.
This would explain, in fact, the decidedly heavy mood of these nine movements, capable of reconciling the fury of the elements with a pensive and tormented lyricism: it’s the swashing of an interiority inexpressible if not by the abstraction of the notes, vehemently entwined or overlapped within small intervals, with sporadic encroachments into the upper register which evoke the tolling of bells, sometimes lulling, other times abrupt and searing. The dramatic outbursts flowing from Scelsi’s hands exhibit, in several cases, surprising assonances with György Ligeti’s “Musica Ricercata” – coeval with the Suite but first performed in public only in 1969 –, a programmatic exercise in style taking cue from just two notes, progressively added up until the twelve of its last segment.

The darkly obsessive character of the suite is propagated, with less afflatus, in the following “Quattro illustrazioni” (‘Four illustrations’): also dated to 1953, they refer to the Metamorphoses (or avatāra) of the Hindu divinity Vishnu, as described in the Bhagavadgītā. By lingering on the different and nervous repetition of motivic figures comparable to mantras, in just under fifteen minutes peaks are reached of violent and transforming ecstasy – relived by Legmann with formidable enthusiasm –, to finally sink into a vortex of abysmal irresolution. It’s the uncorrupted fruit of a meditative state capable of evading any conscious will, solely transpiring the alternating currents of the inscrutable chaos that dwells in the soul of its bodily vessel.

Twenty-five years later, “Un Adieu” (1978) seems to constitute its natural epilogue: a fit of nonetheless unquiet melancholy that reveals, in filigree, the shadowy profile of the reclusive Count Scelsi, an outsider by vocation in life and an increasingly cult figure after his death in 1988. His influence on contemporary music is by now undeniable, as well as transversal, and this also thanks to the commitment of independent labels (no longer only European) who didn’t fail to recognize the singularity of his transcendental poetics.

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