Tetuzi Akiyama / Ayako Kataoka / Kiyomitsu Odai – Manifestation of Perceptual Variables Latent in the Environment

Meenna, 2022
eai


(ENGLISH TEXT BELOW)

Rimuovere le griglie compositive dalla creazione musicale appare ancora oggi come un atto estremo e inspiegabile, quando non un escamotage atto a celare presunte inadeguatezze tecniche. Nulla di tutto questo riguarda gli autentici professionisti dell’improvvisazione, i quali anzi accettano ogni volta la sfida di una tabula rasa sulla quale ricostruire da zero un para-linguaggio valido unicamente nel “qui e ora” della performance. Ancor più delle storiche compagini europee e americane, la scena giapponese sembra avere la capacità innata di riadattare costantemente le proprie risorse espressive, imbastendo con agio dialoghi sensibili e profondi con qualsiasi controparte.


Se su queste pagine si è parlato diverse volte di Ftarri – tempio della più radicale avanguardia di Tokyo – è a motivo della straordinaria versatilità dei suoi protagonisti, attori di un underground che sin dagli anni Novanta prosegue, con assoluto stoicismo, a indicare la via del suono (onkyō) assoluto, non condizionato da stilismi e forme d’interazione prestabilite. Ogni evento realizzato tra queste strette mura rappresenta un unicum, il pregnante compimento di un’alchimia irripetibile tra strumenti canonici reimmaginati e oggetti anomali nobilitati in virtù delle loro nascoste potenzialità timbriche.

Veterani e novizi condividono alla pari lo spazio performativo, poiché non esiste virtuosismo oltre l’arduo sorreggimento di un quadro perpetuamente instabile ma entro il quale, ciò nonostante, tout se tient, le voci più insolite divengono poco a poco familiari, la vertigine dell’inatteso l’unico carattere dominante dell’azione collettiva.
Così, in questa duplice sessione datata al 17 marzo 2021, ritroviamo la chitarra di Tetuzi Akiyama – a suo tempo una presenza stabile nelle formazioni elettroacustiche convenute al Bar Aoyama e all’Offsite – a fianco dei più giovani Ayako Kataoka (giradischi, elettronica, voce) e Kiyomitsu Odai (computer), già insieme due mesi prima per il progetto multidisciplinare “Improv. for Camera”, trasmesso online come parte del programma invernale di Performance Works NorthWest.

È la cautela, più che l’incertezza, a contraddistinguere i primi movimenti nell’oscurità, le dissonanze incrociate con cui gli impulsi elettronici e le corde amplificate tentano dapprima di rispondersi giudiziosamente, e in seguito di attuare una mimesi gli uni con le altre. Un idioma liquido di pura alterità, impossibile a rapprendersi e sedimentarsi in una forma definita: basta un istante per sovvertire i momentanei rapporti di preminenza, passando dalle più desolate derive lowercase a un caotico soundscape acusmatico in bruciante divenire. Frenetiche spazializzazioni ed effetti di rovesciamento rendono la componente elettronica particolarmente sfuggente, mercuriale, mentre Akiyama tende a misurare con cura l’intensità e la durata dei propri interventi, pur non esitando a tramutare un puntillismo discreto in un denso e pervasivo bordone di feedback.

Sessanta minuti di inarrestabile tensione dinamica fanno sì che queste due sessioni giungano a costituire né più né meno che un microcosmo a sé stante, ulteriore riprova della singolarità di un luogo come Ftarri e dei suoi illuminati accoliti, mai sazi nel condurre la loro multiforme e inesausta ricerca espressiva. Come a dire che non occorrono risposte, laddove gli interrogativi vengono posti con una tale incompromissoria abnegazione.

Tetuzi Akiyama / Ayako Kataoka / Kiyomitsu Odai

Removing every compositional grid from musical creation still appears today as an extreme and inexplicable act, if not a ploy aimed at concealing alleged technical inadequacies. None of this concerns authentic professionals of improvisation, who indeed confront each time the challenge of a clean slate on which to rebuild from scratch a para-language valid solely in the “here and now” of the performance. Even more than the historical European and American groups, the Japanese scene seems to hold the innate ability to constantly readjust its expressive resources, seamlessly establishing sensitive and profound dialogues with any counterpart.

If on these pages Ftarri – temple of the most radical avant-garde in Tokyo – has been spoken of several times, it is because of the extraordinary versatility of its protagonists, the actors of an underground that since the 90s went on, with absolute stoicism, to point the way towards absolute sound (onkyō), unfettered by stylisms and forms of interaction determined beforehand. Each event held within these narrow walls represents a unicum, the poignant fulfillment of an unrepeatable alchemy between reimagined canonical instruments and anomalous objects ennobled by virtue of their hidden timbral potential.

Veterans and novices share the performative space as equals, since there’s no virtuosity beyond the arduous sustaining of a perpetually unstable framework within which, nevertheless, tout se tient, the most unusual voices gradually become familiar, the vertigo of the unexpected the only dominant character of the collective action.
Thus, in this double session dated March 17, 2021, once again we encounter the guitar of Tetuzi Akiyama – in his own times a stable presence in the electroacoustic ensembles gathered at Bar Aoyama and Offsite – alongside the younger Ayako Kataoka (turntable, electronics, voice) and Kiyomitsu Odai (computer), already together two months earlier in the multidisciplinary project “Improv. for Camera”, broadcast online as part of the Performance Works NorthWest winter program.

Caution, rather than uncertainty, marks the first movements in the darkness, the crossed dissonances through which the electronic impulses and the amplified strings first try to judiciously respond one another, and then to enact a mimesis with each other. A liquid idiom of pure otherness, unfit to congeal and settle into a defined form: it only takes an instant to subvert the momentary relationships of pre-eminence, switching from the most desolate lowercase drifts to a chaotic acousmatic soundscape in searing becoming. Frantic spatializations and reversal effects make the electronic component particularly elusive, mercurial, while Akiyama tends to accurately measure the intensity and duration of his interventions, while not hesitating to transform a discreet punctuation into a dense and pervasive feedback drone.

Sixty minutes of unrelenting dynamic tension ensure that these two sessions come to constitute nothing more nor less than a microcosm of its own, further proof of the singularity of a place like Ftarri and its enlightened acolytes, never satisfied in conducting their multifaceted and inexhaustible expressive research. As if to say that there’s no need for answers, whereby questions are posed with such uncompromising dedication.

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