Taylor Brook / TAK Ensemble – Star Maker Fragments

TAK Editions, 2021
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Benché le principali forme narrative siano storicamente legate all’espressione verbale, non per questo dovremmo precluderci l’opportunità di concepire e sviluppare una forma di storytelling nella quale sia la componente sonora a predominare: d’altronde anche la stessa voce umana afferisce a tale insieme, ben prima di qualunque sedimentazione linguistica, e dunque non necessariamente si lega a un codice irrigidito per poter veicolare sensazioni e significati.
Pensiamo al “Pierino e il lupo” di Sergej Prokofiev, dove seppur permane un marcato carattere teatrale e affabulatorio, sono i leitmotiv melodici che scandiscono il racconto a superare in vividezza e suggestione la componente testuale, divenendo a loro modo universali. E forse è proprio a partire da questo approccio “didattico”, rivolto anzitutto a un pubblico infantile, che possiamo riscoprire pienamente il potere narrativo del suono e della musica in sé.


La favola di Prokofiev precede di un solo anno il visionario classico della letteratura fantascientifica “Star Maker” (1937) dell’inglese Olaf Stapledon, già autore di quel “Last and First Men” che avrebbe ispirato l’omonimo testamento artistico di Jóhann Jóhannsson. Con questo libero e parziale adattamento cameristico, il giovane Taylor Brook (*1985) si distacca altrettanto decisamente dalla forma del monodramma lirico, risalendo piuttosto alle radici del radiodramma e di tutta quella tradizione compositiva incentrata sull’ascolto puro.
In questa eclettica tessitura di ‘frammenti’ la voce (prevalentemente) recitante non è infatti che il corollario, la forbita estrinsecazione di un impianto narrativo entro il quale la scrittura musicale si rivela quasi del tutto autosufficiente, tali sono l’eloquenza e il dinamismo dell’interplay strumentale immaginato da Brook e qui affidato al TAK Ensemble, destinato a farsi carico di un amplissimo spettro espressivo per mezzo di archi, fiati, percussioni ed elettronica.

Già autore di tre brani ispirati al romanzo postmoderno a lungo dimenticato “Motorman” di David Ohle – “Five Weather Reports” (2014), “Motorman Fragments” (2011) e il corale “Motorman Sextet” (2013), incluso un anno fa nell’esordio discografico dell’ensemble Ekmeles –, Brook intraprende qui un processo di sintesi ancor più ambizioso che si risolve, tuttavia, in un’avventura sonora grandangolare e immersiva, in viaggio tra insospettabili (e talvolta tragicamente futuribili) realtà parallele e pianeti popolati da Altri Uomini. 
Una storia di alterità, di continui mutamenti nello scenario e, di riflesso, nella forma musicale, dispiegati in una varietà e fluidità stilistica attraverso cui va delineandosi un intero macrocosmo, evocazione di un surrealismo distopico che dal collasso della civiltà delle macchine conduce a una sorta di Flatlandia dove le forme di vita hanno assunto i tratti propri della fenomenologia sonora.

Alla stregua di un commento documentaristico fuori campo, Charlotte Mundy descrive la prima contemplazione del protagonista a contatto con un vibrante ecosistema campestre: un placido coacervo di manifestazioni bio- e zoomorfe degne di Salvatore Sciarrino, unico accenno mimetico prima che la prospettiva venga sovvertita drasticamente con l’improvviso scivolamento in un tunnel kubrickiano di luce e colore, viatico sinestetico attraverso il quale ha inizio il viaggio interstellare.

Overhead obscurity was gone. From horizon to horizon the sky was an unbroken spread of stars. Imagination was now stimulated to a new, strange mode of perception. On every side the middle distance was crowded with swarms and streams of stars. The Earth was visibly shrinking into the distance: the planet had become an immense half-moon: soon it was a misty, dwindling crescent. With amazement I realized that I must be traveling at a fantastic, quite impossible rate.

TAK Ensemble

Glissandi cinetici e motivi atonali allargano gradualmente il varco spazio-temporale sino all’approdo sull’Altra Terra: un pianeta dove la vita comune si fonda su ben altre gerarchie e paradigmi esperienziali – dovuti anche a sensi del gusto e dell’olfatto sovrasviluppati rispetto ai nostri – e i cui abitanti risultano essere schiavi di una perversa catena industriale, condizione sottolineata da stridenti dissonanze e ipertoni (The owners directed the energy of the workers increasingly toward the production of more means of production rather than to the fulfilment of the needs of individual life). La crescente alienazione collettiva e l’insostenibilità di un sistema sociale malsano conducono alla guerra civile e religiosa, e infine allo sterminio di massa, all’indomani del quale non rimane altro che una waste land illuminata da fiochi bagliori celesti.

Dopo l’appianamento nella sezione centrale, echeggianti vocalizzi senza parole introducono il ritorno a un’assai maggior concretezza e comunicatività degli strumenti, benché si riferiscano alla sequenza più segnatamente onirica del viaggio. Dense correnti e deflagrazioni tonali accompagnano una concitata lezione di astronomia riveduta, dove le stelle sono descritte come elementi senzienti di una danza energica e sensuale, motivata da istinti relazionali e di auto-affermazione pari a quelli degli esseri umani. Contrappuntati dallo scintillio riverberante della chitarra elettrica, archi e fiati procedono poi a descrivere la dimensione immaginaria regolata da princìpi musicali, nella quale “il tempo è un attributo più fondamentale dello spazio” e le entità che la animano si scontrano e dissolvono spontaneamente l’una nell’altra.

La fase di risveglio e rinnovata lucidità del viaggiatore intergalattico si propaga nella digressione poetica del postludio strumentale: dieci minuti di allucinata crasi tra naturalismo e astrazione ambient/drone che segnano l’ineffabile coronamento di questo “Koyaanisqatsi” ai confini della realtà, prima grande prova di maturità per uno dei più promettenti compositori della nuova generazione.


Tak Ensemble: Laura Cocks, flute; Madison Greenstone, clarinet; Marina Kifferstein, violin; Charlotte Mundy, voice; Ellery Trafford, percussion; Taylor Brook, electronics


Taylor Brook

Although the main forms of narration are historically linked to verbal expression, this doesn’t mean that we should preclude ourselves from the opportunity to conceive and develop a form of storytelling in which the sound component predominates: after all, even the human voice itself belongs to this sphere, well before any linguistic sedimentation, and therefore it may not be necessarily linked to a rigid code in order to convey sensations and meanings.
Think of Sergej Prokofiev’s “Peter and the Wolf”, where although a marked theatrical and narrational character remains, it’s the melodic leitmotifs which scan the story that end up exceeding the textual component in vividness and suggestion becoming, in their own way, universal. And perhaps it’s precisely from this “didactic” approach, intended primarily for a child audience, that we can begin to fully rediscover the narrative power of sound and music themselves.

Prokofiev’s fable precedes by just one year the visionary classic of science fiction literature “Star Maker” (1937) by English writer Olaf Stapledon, also the author of “Last and First Men”, the novel that would have inspired Jóhann Jóhannsson’s artistic testament of the same name. With this free and partial chamber music adaptation, the young Taylor Brook (*1985) distances himself just as decisively from the form of the lyrical monodrama, rather tracing back to the roots of radio drama and that whole compositional tradition centered on pure listening.
In this eclectic weaving of ‘fragments’ the (mainly) reciting voice is in fact nothing more than the corollary, the refined manifestation of a narrative framework within which musical writing is almost completely self-sufficient, such are the eloquence and dynamism of the instrumental interplay conceived by Brook and here entrusted to the TAK Ensemble, bound to take charge of a broad expressive spectrum by means of strings, winds, percussion and electronics.

Already the author of three pieces inspired by David Ohle’s long-forgotten postmodern novel “Motorman” – “Five Weather Reports” (2014), “Motorman Fragments” (2011) and the choral “Motorman Sextet” (2013), included a year ago in the recording debut of the Ekmeles ensemble –, Brook here embarks on an even more ambitious process of synthesis that results, however, in a wide-angle and immersive sound adventure, traveling among unsuspected (and sometimes tragically futuristic) parallel realities and planets populated by ‘Other Men’.
A tale of otherness, of continuous changes in the scenario and, consequently, in the musical form, unfolded in a variety and fluidity of style through which an entire macrocosm takes shape, the evocation of a dystopian surrealism that from the collapse of the civilization of machines leads to a sort of Flatland where life forms have taken on the features of sound phenomenology.

Like the off-screen commentary on a documentary, Charlotte Mundy describes the first contemplation of the protagonist in close contact with a vibrant rural ecosystem: a placid jumble of bio- and zoomorphic manifestations worthy of Salvatore Sciarrino, the only mimetic hint before the perspective is drastically subverted with the sudden fall into a Kubrickian tunnel of light and color, a synaesthetic viaticum through which the interstellar journey begins.

Overhead obscurity was gone. From horizon to horizon the sky was an unbroken spread of stars. Imagination was now stimulated to a new, strange mode of perception. On every side the middle distance was crowded with swarms and streams of stars. The Earth was visibly shrinking into the distance: the planet had become an immense half-moon: soon it was a misty, dwindling crescent. With amazement I realized that I must be traveling at a fantastic, quite impossible rate.

Kinetic glissandi and atonal motifs gradually expand the space-time breach, up to the landing on the ‘Other Earth’: a planet where common life is based on very different hierarchies and experiential paradigms – also due to overdeveloped senses of taste and smell, if compared to ours – whose inhabitants turn out to be the slaves of a perverse industrial chain, a condition underlined by strident dissonances and overtones (The owners directed the energy of the workers increasingly toward the production of more means of production rather than to the fulfilment of the needs of individual life). The growing collective alienation and the unsustainability of an unwholesome social system lead to civil and religious wars, and ultimately to mass extermination, after which nothing remains but a waste land illuminated by sparse celestial glows.

After the levelling in the central part, echoing vocalizations without words introduce the return to a much greater concreteness and communicativeness of the instruments, although referred to the most notably dreamlike sequence of the journey. Dense tonal currents and bursts accompany an agitated lesson in revised astronomy, where the stars are described as sentient elements of an energetic and sensual dance, motivated by instincts of sociability and self-affirmation equal to those of human beings. Counterpointed by the electric guitar’s reverberating sparkle, strings and winds then proceed to describe the imaginary dimension regulated by musical principles, in which “time [is] a more fundamental attribute than space” and the entities that animate it collide and spontaneously dissolve one into the other.

The intergalactic traveler’s awakening and renewed lucidity propagate in the poetic digression of the instrumental postlude: ten minutes of hallucinatory crasis between naturalism and ambient/drone abstraction that mark the ineffable crowning of this “Koyaanisqatsi” at the edge of reality, the first great proof of the maturity achieved by one of the most promising composers of the new generation.

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