morosphinx – vilvoorde

wabi-sabi tapes, 2020
free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Certi musicisti – e specialmente i leoni della vecchia guardia – approcciano una sessione improvvisata come se fino a quel momento si fossero imposti una sorta di mutismo volontario, per poi rigettare in un sol colpo tutta la loro veemenza e obliqua espressività di fronte al pubblico; un integralismo che sembra concepire la performance come una sorta di guerra lampo, perpetuamente e drammaticamente in medias res anche nei suoi momenti più lirici.
All’estremo opposto stanno coloro che, invece, parrebbero intenti a rifondare ogni volta un intero universo dal nulla, muovendo lentamente da un inquieto, “impossibile” silenzio per poi plasmare poco a poco le presenze sonore che popoleranno il loro Creato. Penso anche ai film di Alice Rohrwacher, che per scelta poetica (in parte forse inconscia) cominciano sempre nel buio della notte, come se ogni racconto fosse una nuova, primigenia venuta al mondo.


Ciò per dire, più semplicemente, che sessioni come quella del trio belga morosphinx esercitano su di me un’attrattiva irresistibile, fermo restando che, al di fuori della dimensione live, l’ascolto attentivo si rivela fondamentale per decifrarne le sottili dinamiche, ancor prima che per apprezzarne gli esiti. Mathieu Lilin (sax baritono), Arnaud Paquotte (contrabbasso elettrico) e Daniel Petit (percussioni) sono i componenti della collaudata ma poco conosciuta formazione scovata dalla piccola e curatissima wabi-sabi tapes, etichetta lionese di audiocassette dal design minimale, accomunate dagli artwork strutturati come trittici verticali.
È nel piccolo comune di Vilvoorde, situato appena fuori Bruxelles, che ha avuto nel 2019 l’eccentrica performance qui documentata, vero e proprio atto fondativo di un’estetica che originando da un completo e impalpabile amorfismo sfocia in ultima istanza nell’esagitazione di un biomorfismo fantastico, in alcun modo assoggettato a chiare rassomiglianze di carattere onomatopeico.

In principio è poco più di un room tone, un respiro impersonale che agita impercettibilmente l’aria di una stanza senza finestre: non vi è alcuna percettibile spinta in avanti, nessun gesto che spezzi d’un tratto l’afona monodia delle voci smorzate, che pazientemente tracciano solchi sulle invisibili tavole della propria lex naturalis.
È un gravoso innalzamento dal terreno, quello del lungo take iniziale, la faticosa e nondimeno necessaria conquista di un’ipotetica “posizione eretta” del suono: ciò s’intende in senso plurale, poiché in questa fase di abbozzo il piano (non)espressivo è ancora pienamente condiviso, le singole identità timbriche quasi annullate in un brusio che quasi rifiuta di germogliare nel fonema compiuto.

I soffi e gli sfregamenti che solo negli ultimi minuti cominciavano a ispessirsi finalmente si accendono di un nitido barlume nel secondo segmento del lato A: le intersezioni sono ancora incerte, claudicanti, ma se non altro le sagome dei tre elementi ne risultano più distinguibili e guadagnano gradualmente volume – sia corporeo che di frequenza acustica. 
Da qui in poi si dipana un flusso eccitato e inarrestabile, dove l’agognata adozione di un para-linguaggio comune si tramuta in un febbrile accavallarsi di gesti brillanti, intrecci di reciproche emulazioni che confermano la liceità degli stratagemmi attuati e rinvigoriscono il senso di appartenenza a una specie sonora che sfugge ai criteri tassonomici.

Con crescente animosità, sino al pieno fermento sul secondo lato, il trio va così a comporre uno spasmodico codice Morse di terrea matericità: alle taglienti bordate del sax e all’aritmico rimestare tra piatti e tamburi si accompagna l’altrettanto grezzo sussultare del basso amplificato, asse sorda sulla quale scorrono nervose diteggiature e linee d’archetto ruvide e irregolari.
La risolutezza performativa della combo belga non lascia spazio a ripensamenti o deviazioni: una volta occluse le vie della tonalità, i tre strumenti si inerpicano stoicamente tra gli scoscesi sentieri di una laboriosa alterità sonora, in perfetta mimesi con l’estraneità alla musicalità e alla significazione propria del mondo naturale, modello di una realtà regolata da processi istintuali cui ispirarsi per reinventare anche i linguaggi di una musica spontanea ormai ampiamente storicizzata.


Certain musicians – and especially the old-guard lions – approach an improvised session as if up until that moment they had imposed on themselves a sort of voluntary mutism, only to reject all their vehemence and oblique expressiveness in front of the audience in one fell swoop; an integralism that seems to conceive the performance as a sort of blitzkrieg, perpetually and dramatically in medias res even in its most lyrical moments.
At the other extreme, instead, are those seemingly intent on re-founding each time an entire universe from nothing, slowly moving from a restless, “impossible” silence and then gradually shaping the sonic presences that will populate their own Creation. I’m also thinking of Alice Rohrwacher’s films, which by poetic choice (perhaps partly unconscious) always begin in the dark of night, as if each story were a new, primeval coming into the world.

This is just to say, more simply, that sessions like the one by Belgian trio morosphinx exert an irresistible attraction on me, it being understood that, beyond the live dimension, attentive listening is fundamental to decipher their subtle dynamics, even before appreciating the final result. Mathieu Lilin (baritone sax), Arnaud Paquotte (electric double bass) and Daniel Petit (percussion) are the members of the well-proven but little-known line-up unearthed by the small and extremely curated wabi-sabi tapes, a Lyon-based audio cassette label with a minimal design, united by artworks structured as vertical triptychs.
It’s in the small town of Vilvoorde, just outside Brussels, which in 2019 took place the eccentric performance documented here, the actual founding act of an aesthetics that, originating from a complete and impalpable amorphism, ultimately leads to the commotion of a fantastical biomorphism, in no way subject to any clear onomatopoeic resemblances.

At first it is little more than a room tone, an impersonal breath that imperceptibly stirs the air of a windowless room: there’s no perceptible thrust forward, no gesture that may suddenly disrupt the aphonic monody of the muffled voices, which patiently trace furrows on the invisible tablets of their lex naturalis.
It’s a burdensome lifting from the ground, that of the long initial take, the tiring and nevertheless necessary conquest of a hypothetical “upright position” of sound: this is meant in plural sense, since in this phase of drafting the (non)expressive plane is still fully shared, the individual timbral identities almost canceled out in a humming that almost refuses to sprout into complete phonemes.

The puffs and rubbings that only in the last minutes began to thicken finally light up with a stark glimmer on the second segment of side A: the intersections are still uncertain, somewhat plodding, but at least the silhouettes of the three elements become more distinguishable and gradually gain volume – both in body and acoustic frequency.
From here on, an excited and unstoppable flow unfolds, where the coveted adoption of a common para-language turns into a feverish overlapping of brilliant gestures, an intertwining of reciprocal emulations that confirms the legitimacy of the stratagems implemented and reinvigorates the sense of belonging to a sound species that eludes the criteria of taxonomy.

With growing animosity, up until the full ferment on the second side, the trio thus composes a spasmodic Morse code of earthy materiality: the sharp blows of the saxophone and the arrhythmic stirring between cymbals and drums are accompanied by the equally crude jolt of the amplified bass, a dull board on which nervous fingerings and roughly irregular bow lines flow.
The performative resoluteness of the Belgian combo leaves no room for second thoughts or deviations: once the ways of tonality are occluded, the three instruments stoically climb up the steep paths of a laborious sonic alterity, in perfect mimesis with the extraneousness to musicality and signification typical of the natural world, model of a reality regulated by instinctual processes which can be of inspiration for reinventing the languages of spontaneous music, too, which is by now a thoroughly historicized field itself.

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