Kaleigh Wilder – Placemaking

self-released, 2021
free jazz/impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Lo spirito e la saggezza degli antenati non dovrebbero mai essere un appiglio sicuro, un testo sacro al quale attingere con cieco dogmatismo: l’autentica devozione ai giganti del passato può esprimersi appieno soltanto per mezzo di una fertile e consapevole libertà espressiva, in ossequio alla loro incorruttibile tensione innovatrice. La giovane sassofonista Kaleigh Wilder ha certamente una moltitudine di maestri verso cui rivolgere lo sguardo, ma sembra avere già sufficiente sicurezza per trovare in se stessa l’ispirazione centrale del proprio linguaggio improvvisativo. E Placemaking è il suo lucente manifesto.


Dopo l’uscita col quartetto Gnostikos dell’anno precedente, l’esordio a nome proprio è in verità un duo simbiotico con il batterista Everett Reid, talento emergente diviso tra Chicago e Detroit, ancora oggi centri nevralgici per la scena hip-hop e l’imperituro culto jazz. Alla benaugurale “Invocation of the Ancestors” – un soffio di vento tra le maglie del tempo – succede immediatamente un take dal carattere epifanico: in “Dyad” gli scoppiettii sordi e le articolazioni primitive del sax baritono sembrano schivare i colpi fulminei di una “talking” drum sciamanica, polifonica e pervasiva come nelle suite estatiche di Milford Graves (così anche il tentacolare assolo della terza traccia, un gioco di tamburi e piatti semplicemente formidabile); dopo la tempesta il silenzio, fin quando non si fa strada un inno di gratitudine e di grazia, un canto sincopato che è di per sé un nuovo inizio e fine.

Solo questo e la sommessa, dolceamara “These Tears I Cry” gli episodi originanti da un essenziale canovaccio, nell’assoluta prevalenza di un impulso creativo spontaneo fondato sulle affinità stilistiche e sull’ascolto reciproco. Nell’ancia di Wilder risuona soprattutto il lirismo sofferto di Albert Ayler, benché di tanto in tanto faccia propri anche i tuonanti barriti della generazione Gustafsson e Luca T. Mai (“GUILTY ON ALL THREE”), solcando con piena coscienza ogni registro e valorizzando i minuti dettagli timbrici che affiorano nel corso dei suoi intensi soliloqui; ne diviene sintesi e paradigma l’umbratile crescendo di “Contemplation”, che da un fragile vocalizzo sull’estremità del bocchino va addentrandosi nelle profondità dello strumento – e nel fuoco divampante che si cela in esso.

Placemaking non è che un primo assaggio, sorprendente in particolare nell’approccio trattenuto ma fiero dei due performer, i cui gesti misurati sarebbero forse stati meno evidenti in una formazione jazz di maggior ampiezza. L’accostamento tra sax e batteria dà qui luogo a una sessione di inaspettato intimismo, un’invocazione quieta e passionale germogliata dalla parentesi surreale dei primi lockdown globali. È il suono mite dell’esserci, dell’essere vivi.

The spirit and wisdom of the forefathers should never be a sure foothold, a sacred text on which to draw with blind dogmatism: authentic devotion to the giants of the past can be fully expressed only through a fertile and conscious freedom of expression, in deference to their incorruptible innovative tension. Young saxophonist Kaleigh Wilder certainly has a multitude of masters to turn her gaze to, but she already seems to have enough confidence to find in herself the central inspiration of her own improvisational language. And Placemaking is her lustrous manifesto.

After last year’s release with the Gnostikos quartet, the debut in her own name is actually a symbiotic duo with drummer Everett Reid, an emerging talent divided between Chicago and Detroit, still nerve centers for the hip-hop scene and the undying jazz cult. The auspicious “Invocation of the Ancestors” – a breath of wind through the meshes of time – is immediately followed by an epiphanic take: on “Dyad” the dull crackles and the primitive articulations of the baritone sax seem to dodge the lightning blows of a shamanic “talking” drum, polyphonic and pervasive as in Milford Graves’ ecstatic suites (thus also the sprawling solo of the third track, an utterly formidable play of drums and cymbals); after the storm comes silence, until a hymn of gratitude and grace makes its way, a syncopated chant that is in itself a new beginning and end.

This and the subdued, bittersweet “These Tears I Cry” are the only episodes originating from a basic plot, in the absolute prevalence of a spontaneous creative impulse founded on stylistic affinities and mutual listening. In Wilder’s reed resounds, above all, the pained lyricism of Albert Ayler, although from time to time she also adopts the thundering bellows of the Gustafsson and Luca T. Mai generation (“GUILTY ON ALL THREE”), plowing through every register with full awareness and enhancing the minute timbral details that emerge in the course of her intense soliloquies; the somber crescendo of “Contemplation” becomes the synthesis and paradigm of this, which from a fragile vocalization on the rim of the mouthpiece goes on to delve into the depths of the instrument – and the blazing fire hidden within it.

Placemaking is but a first taste, particularly surprising in the restrained but proud approach of the two performers, whose measured gestures would perhaps have been less evident in a larger jazz ensemble. The combination of saxophone and drums here gives rise to a session of unexpected intimacy, a quiet and passionate invocation sprouting from the surreal parenthesis of the early global lockdowns. It’s the gentle sound of being there, of being alive.

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