Bernard Parmegiani – Stries

[Broeckaert / Berweck / Lorenz]

Mode, 2021
electroacoustic

(ENGLISH TEXT BELOW)

Si tende a identificare i pionieri della musica elettronica del Novecento come creatori reclusi in studio, artefici di opere fissate su nastro e grossomodo riproducibili in maniera sempre uguale, se non per i caratteri specifici del sistema di diffusione adottato. Soltanto chi si dedica attivamente all’interpretazione acusmatica di queste ultime può rivelarci che dietro di esse, in effetti, si celano autentiche e meticolose partiture, gruppi di tracce da orchestrare con estrema attenzione alla spazialità e alla messa in risalto di ciascun dettaglio sonoro.

E sebbene le opere più celebrate del maestro parigino Bernard Parmegiani (1927–2013) rimangano a tutt’oggi capolavori della musique concrète quali “De Natura Sonorum” e “La création du monde”, una porzione apprezzabile del suo catalogo prevede l’interazione fra supporto audio e strumenti dal vivo. Già negli anni sessanta sperimentava accoppiamenti con un quartetto jazz (“Jazzex”, 1965) o con il rudimentale sintetizzatore Ondes Martenot (“Outremer”, 1969), aprendo la strada ad altre distintive opere in dialogo con bandoneón, tuba o voce solista.
È indubbiamente con “Stries” (1980), tuttavia, che Parmegiani realizza il suo “concerto da camera” più ambizioso e futuristico: tre movimenti per nastro e tre sintetizzatori live basati sul precoce “Violostries”, brano del 1963 realizzato con il violinista d’origine moldava Devy Erlih, la cui registrazione è stata in seguito manipolata dal compositore – e dunque riportata a nuova vita – per destinarla al trio TM+, nato in seno al GRM nel 1977 e formato da Laurent Cuniot, Denis Dufour e Yann Geslin.


Dopo la première discografica del 1984 – una sorta di recital dedicato al repertorio dei TM+ –, la presente esecuzione sotto l’egida dell’americana Mode costituisce il primo approccio alla partitura attraverso le tecnologie e le sensibilità musicali del terzo millennio, incarnati dal trio internazionale di Sebastian Berweck, Colette Broeckaert e Martin Lorenz. Se da un lato la lettura storica si allineava con sorprendente pregnanza al sound dell’epoca, e in particolare alle innovazioni formali introdotte dall’ala giovanile dell’elettronica tedesca, la risposta contemporanea accentua il potenziale di perpetuazione nel tempo dell’opera di Parmegiani, la cui struttura non risponde a un rigido schematismo ma lascia ampi margini d’interpretazione e di arricchimento fonetico, con ciò aprendosi ogni volta a inedite suggestioni immaginifiche.

“Strilento” fa il suo ingresso con una sequenza irregolare di rintocchi simili a deflagrazioni luminose, inframmezzati da timide e sinistre punteggiature monotonali; poi un graduale affollamento e diversificazione dello scenario, lungo il quale si fanno strada scie di stridori metallici, minuti frammenti e singulti di materia sonora che oggi chiameremmo glitch. A tutti gli effetti un movimento largo, questo necessario prologo serve a tracciare le coordinate a partire dalle quali Berweck, Broeckaert  e Lorenz si addentreranno, dapprima, nel nucleo vibrante del viaggio (“Strio”), radiale tessitura atmosferica memore delle epopee kosmische di scuola berlinese, infine nei venti minuti della suite titolare, “Stries”.

È proprio in quest’ultimo frangente che si avverte con forza la sempre mutevole attualità della partitura, qui scossa da impulsi caotici e polifonici che rimbalzano in maniera concitata nello spazio acustico; è insieme un episodio isolato, in sé conchiuso, e l’ideale coronamento drammatico di un trittico visionario, del quale riprende in extremis i rintocchi inaugurali, non più vaghe eco di supernove distanti ma punti fermi nella carta astronomica oramai delineata nella sua esaustiva essenzialità.


One tends to identify the pioneers of 20th-century electronic music as craftsmen confined in the studio, artificers of works fixed on tape and basically always reproducible in the same way, if not for the specific features of the diffusion system adopted. Only those who actively dedicate themselves to the acousmatic interpretation of said works can reveal to us that behind them, in fact, there exist actual and meticulous scores, groups of tracks to be orchestrated with the utmost attention to spatiality and to the highlighting of each sonic detail.

And although the most celebrated works of Parisian master Bernard Parmegiani (1927-2013) remain to this day such masterpieces of musique concrète as “De Natura Sonorum” and “La création du monde”, a considerable portion of his catalogue is based on the interaction between audio media and live instruments. Already in the sixties he was experimenting the pairing with a jazz quartet (“Jazzex”, 1965) or with the rudimentary synthesizer Ondes Martenot (“Outremer”, 1969), paving the way for other distinctive pieces in dialogue with bandoneón, tuba or solo voice.
It is undoubtedly with “Stries” (1980), however, that Parmegiani achieves his most ambitious and futuristic “chamber concerto”: three movements for tape and three live synthesizers based on the early “Violostries”, a piece from 1963 made with the violinist of Moldovan origin Devy Erlih, whose recording was later manipulated by the composer – and thus brought back to life – for the TM+ trio, born within the GRM in 1977 and formed by Laurent Cuniot, Denis Dufour and Yann Geslin.

After the recording premiere from 1984 – a sort of recital centered on the TM+ repertoire –, the present performance under the aegis of US label Mode constitutes the first approach to the score through the technologies and musical sensibilities of the third millennium, embodied by the international trio of Sebastian Berweck, Colette Broeckaert and Martin Lorenz. If, on the one hand, the historical reading aligned itself with striking significance to the sounds of its time, and in particular to the formal innovations introduced by the youth wing of German electronics, the contemporary response emphasizes the potential for the future perpetuation Parmegiani’s work, whose structure does not respond to a rigid schematism but instead leaves ample margins for interpretation and phonetic enrichment, thereby opening up each time to unprecedented imaginative suggestions.

“Strilento” makes its entrance with an irregular sequence of chimes similar to deflagrations of light, interspersed with a timid and sinister monotonal punctuation; then a gradual thickening and diversification of the scenery, along which make their way trails of metallic screeching, minute fragments and hiccups of sound matter that today we would call ‘glitches’. To all intents and purposes a largo movement, this necessary prologue serves to trace the coordinates from which Berweck, Broeckaert and Lorenz will first enter the vibrant core of the journey (“Strio”), a radial atmospheric texture reminiscent of the Berlin school’s kosmische epics, and finally the twenty-minute titular suite, “Stries”.

It is precisely in this last juncture that the ever-changing topicality of the score is most strongly perceived, shaken as it is here by chaotic and polyphonic impulses that frenziedly bounce within the acoustic space; it is both an isolated episode, in itself concluded, and the ideal dramatic crowning of a visionary triptych, whose inaugural chimes are resumed in extremis, no longer the  vague echoes of distant supernovae but firm points in the astronomical map now outlined in its exhaustive essentiality.

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