Weekly Recs | 2020/29

Bing & Ruth – Species (4AD, 2020)

Behold… the Arctopus – Hapeleptic Overtrove (Willowtip, 2020)



Bing & Ruth
Species

4AD, 2020 | ambient, minimalism


La verità è che, affezionato come sono alla loro poetica ambient/drone, in questo 2020 mi sarebbe ampiamente bastato anche il “solito” album di Bing & Ruth per smussare la ruvidezza di certe giornate, ma anche di certi ascolti assai più impegnativi che occupano le mie serate. Mi ha invece preso alla sprovvista il relativo cambio di rotta intrapreso dal deus ex machina David Moore, che in Species abbandona le tessiture melodiche al pianoforte per immergersi nelle corpose risonanze dell’organo Farfisa, accentuando ulteriormente l’ascendenza minimalista della sua espressione musicale.

“Mi ero stancato, in apparenza, di guardarmi dentro. Non volevo guardare da nessuna parte.” Una simile realizzazione avrebbe potuto indurre a creare spazi d’astrazione e acromia assoluta, artifici compositivi entro i quali una nuova generazione di sound artist si trova perfettamente a proprio agio. Ma Moore non voleva sperimentare l’assenza quanto l’abbandono di sé, la fuoriuscita da un iter creativo che aveva già dato i suoi migliori frutti: così, assieme ai fidati collaboratori Jeff Ratner (contrabbasso) e Jeremy Viner (clarinetto), Moore ha preso letteralmente la via del deserto e ha trascorso una settimana in un ranch del Texas occidentale. Dopo la “pienezza” emotiva di opere come Tomorrow Was the Golden Age occorreva compiere un salto nel vuoto, salvo poi “trovare un nulla così grande che doveva di certo contenere tutto”. 

A una maggior linearità formale non corrisponde infatti una deprivazione in termini espressivi: un basso continuo, una linea melodica essenziale eppure densa, laddove l’ipotetico soffio delle canne viene accresciuto dagli altri strumenti in maniera simbiotica – solo il terreo fruscio delle corde e il respiro di Viner, a tratti, ne tradiscono la presenza fra gli strati acustici. Nessuna sovraincisione in studio per queste sessioni dal respiro primordiale, sospinte dalla stessa energia che alimenta le progressioni oscillanti di Philip Glass e le accumulazioni tonali di Charlemagne Palestine, pallide eco riversate in una malinconia che per certi versi evoca, piuttosto, i ricordi d’infanzia eternati nell’AVANTI di Alessandro Cortini, il manifesto di un sentire intimo che si rende universale. 

Non si sfugge a sé stessi, nemmeno nel deserto: è rassicurante accorgersi che, quand’anche messo drasticamente alla prova, l’animo pulsante dell’essere umano non si affievolisce, e anzi risorge con la quieta, elementale potenza della natura. Date tutto il volume possibile a questo disco, lasciate che inondi le zone d’ombra delle vostre giornate con la sua rincuorante luminescenza.


The truth is that, as fond as I am of their ambient/drone poetics, in this 2020 even the “usual” album by Bing & Ruth would have been enough to smooth the roughness of certain days, but also of certain highly demanding listens that occupy my evenings. Instead, I was taken aback by the relative change of direction undertaken by the deus ex machina David Moore, who in Species abandons the melodic textures on the piano to immerse himself in the full-bodied resonances of the Farfisa organ, further accentuating the minimalist ancestry of his musical expression.

“I’d grown tired, it seemed, of looking inward. I wanted to look nowhere.” Such a realization could have led to create spaces of absolute abstraction and achromatism, compositional artifacts within which a new generation of sound artist finds itself perfectly at ease. But Moore did not want to experience absence as much as an abandonment of the self, escaping from a creative process that had already given its best results: so, together with his trusted collaborators Jeff Ratner (double bass) and Jeremy Viner (clarinet), Moore literally took the desert route and spent a week at a West Texas ranch. After the emotional “fullness” of works such as Tomorrow Was the Golden Age, it was necessary to make a leap into the void, only to then find “a nothingness so big it must contain everything”.

To a greater formal linearity, in fact, does not correspond a deprivation in expressive terms: a continuous bass, an essential yet dense melodic line, where the hypothetic blowing of the pipes is symbiotically increased by the other instruments – only the earthy rustling of the strings and Viner’s breath, at times, betray their presence among the acoustic layers. No overdubs were added in the studio for these sessions pervaded by a primordial breath, driven by the same energy that feeds the oscillating progressions of Philip Glass and the tonal accumulations of Charlemagne Palestine, pale echoes poured into a melancholy that somehow rather evokes the eternalized childhood memories of Alessandro Cortini’s AVANTI, manifesto of an intimate feeling that becomes universal.

One cannot escape from oneself, not even in the desert: it’s reassuring to realize, though, that even when drastically tested, the pulsing soul of a human being doesn’t fade, and instead rises with the quiet, elemental power of nature. Raise the volume as possible, let this record flood the shadowy corners of your days with its heartening luminescence.


Behold… the Arctopus
Hapeleptic Overtrove

Willowtip, 2020 | avant/tech-metal


“Perversi. Esoterici. Diversi”. Più che una reunion, il ritorno all’azione dei Behold… the Arctopus è un’ennesima missione punitiva, la rivendicazione di un’etica ed estetica metal che non ha trovato degni proseliti durante la loro assenza. La loro accusa è tanto idiosincratica quanto onesta: gran parte della spinta avanguardistica emersa nel macro-genere all’alba del nuovo millennio si è vieppiù diradata negli ultimi anni, portando a un generale “rallentamento” della macchina infernale che era l’ala più estrema dell’underground musicale.
Più che inseguire un deviante ideale di bellezza, dunque, la crociata della formazione di Brooklyn vuole capeggiare e dare sostegno a ogni energia creativa che porti il metal al di là di ogni tendenza da tempo esausta, osando ibridazioni radicali e improbabili pur di non adagiarsi su schemi già collaudati. Insomma, quanti dei loro comprimari potrebbero accettare di confrontarsi con i princìpi del serialismo e le strutture stocastiche di Xenakis?

Se guardo indietro agli anni in cui mi riempivo le orecchie delle intricate architetture di Mick Barr (Orthrelm, Ocrilim) o al delirante virtuosismo di Spastic Ink e Blotted Science non vi riconosco la risposta all’istinto di ribellione giovanile, quanto la spinta forsennata verso territori formali inesplorati, a costo di sfiorare l’assurdo. Anche agli stessi BTA, probabilmente, oggi il concetto storicizzato di “metal” interessa davvero poco: Hapeleptic Overtrove è un conciso ma efferato dispiego di soluzioni ritmiche e armoniche scientemente fuori dal comune, operate nell’ancor più improbabile contrasto tra i taglienti fraseggi della Warr guitar e un sistema di alterità percussive che, annullando l’impatto del classico drum set, rivela tutte le potenzialità timbriche delle quali la nuova composizione ha fatto ampio uso negli ultimi decenni.

Non si faccia perciò l’errore di vederla come la tardiva propaggine di una deriva stilistica ormai superata: l’impeto dei BTA continua a evocare visioni di distopie cyberpunk con il lucido rigore di scienziati di laboratorio. Ogni ruggente stoppato, ogni ipnotico intreccio di tapping, unito al tintinnio primitivista della sezione ritmica, inneggiano a gran voce al potere trasformativo dell’avanguardia, a ben vedere il più efficace fertilizzante per un ambito musicale ancora afflitto da pose e cliché duri da estirpare.


“Perverse. Esoteric. Different”. Rather than a reunion, the return to action of Behold the Arctopus is yet another punitive mission, the claim of a metal ethics and aesthetics that failed to find worthy proselytes during their absence. Their accusation is as idiosyncratic as it is honest: much of the avant-garde thrust that emerged in the macro-genre at the dawn of the new millennium has increasingly thinned out in recent years, leading to a general “slowdown” of the infernal machine that was the most extreme wing of the musical underground.
More than chasing a deviant ideal of beauty, therefore, the Brooklyn band’s crusade wants to lead and give its support to any creative energy that takes metal beyond any long exhausted trend, daring to shape radical and improbable hybridizations in order not to dwell on already tested schemes. In fact, how many of their peers would confront the principles of serialism and Xenakis’ stochastic structures?

If I look back on the years when I filled my ears with the intricate architectures of Mick Barr (Orthrelm, Ocrilim) or the delirious virtuosity of Spastic Ink and Blotted Science I don’t recognize the answer to an instinct of youthful rebellion as much as the frantic push towards unexplored formal territories, at the cost of touching the absurd. Probably also BTA themselves have now very little interest for the historicized concept of “metal”: Hapeleptic Overtrove is a concise but heinous deployment of rhythmic and harmonic solutions knowingly out of the ordinary, operated in the even more unlikely contrast between the sharp phrasings of the Warr guitar and a system of percussive alterities that, canceling the impact of the classic drum set, reveals all the timbral potentialities of which new composition has made extensive over the last decades.

Therefore one shouldn’t make the mistake of seeing it as the late offshoot of a by now outdated stylistic drift: BTA’s impetus continues to evoke visions of cyberpunk dystopias with the lucid rigor of lab scientists. Each roaring palm muting, each hypnotic tapping interweaving, combined with the primitivist tinkling of the rhythmic section, cries out to the transformative power of the avant-garde, in hindsight the most effective fertilizer for a musical scene still plagued by poses and clichés quite hard to eradicate.

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