Barre Phillips – End to End

ECM, 2018
contemporary classical, free impro


Impresa non facile – o addirittura utopica – sigillare una vita in musica, da un capo all’altro della matassa. End to End per l’appunto: le due estremità di una linea, l’inizio come la fine, e oltre di esse il silenzio. Al traguardo degli 83 anni, per il contrabbassista d’avanguardia Barre Phillips c’era tempo e spazio soltanto per altri tre encore, suddivisi in movimenti e compilati nel disco finale per la ECM, a lungo una seconda casa per la sua peculiare arte sonora.

Tutto finisce, per l’appunto, come ebbe inizio: cinquant’anni fa, similmente al coevo “For Alto” di Anthony Braxton, “Journal Violone” fu il primo album d’improvvisazioni per basso solo, andando a rivendicare un’autonomia che risale alle sei suite per violoncello di Bach. E a differenza di quella pietra fondante dell’avant-jazz, definita da Phillips come “soltanto suoni per basso”, in effetti non è sbagliato riconoscere una certa eleganza barocca in queste ultime meditazioni, ove non si presentano mai dissonanze marcate, e anzi si respira il lirismo tipico delle produzioni di Manfred Eicher – il quale ha pur spesso accolto l’indole più selvaggia di Phillips, espressa al fianco di fuoriclasse come Dave Holland, Paul Bley e Evan Parker.

Per me questo album non è diverso rispetto a qualsiasi altro precedente. Faccio ciò che mi è pertinente, e il mondo esterno fa la sua danza del pollice in su o in giù.

Dichiarazione rilasciata a The Wire, agosto 2018

È un de profundis solitario ma fiero, del tutto noncurante della misura in cui possa accontentare l’una o l’altra fazione – puristi o avanguardisti, nel jazz come nella classica – dando pienamente voce a un canto dell’anima anziché al potenziale nascosto dello strumento-oggetto. In questo caso, anzi, Phillips non intende far mostra di tecniche estese delle quali ha ormai pieno controllo: piuttosto si abbandona spontaneamente a echi klezmer, convoluti arabeschi e fughe sciarriniane in armonici naturali (“Inner Door”), inseguendo l’intuizione melodica del momento con piglio quasi impressionista.

Barre Phillips

In contrasto con il mood arioso predominante e l’accurata cesellatura delle singole note, nel quarto movimento di “Quest” e di “Inner Door” la mano oscilla ossessivamente tra due accordi minori, di modo che sia il rimbalzo costante dell’archetto sulle corde a dettare il ritmo della scura digressione, mentre la seconda parte di “Outer Window” è ancor più nervosa ed ermetica, laddove le percussioni sulla superficie in legno lasciano trasparire soltanto un’ombra di tonalità.

Il sentiero tracciato nel corso dell’album non giunge a una conclusione commossa o grandiosa, ma d’un tratto ritorna nel silenzio come se ogni gesto fosse stato essenzialmente effimero, provvisorio. La “fine” di Barre Phillips, insomma, non fa che rimarcarne la sostanziale impossibilità: un testamento filosofico e spirituale, ancor più che musicale.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


A difficult task – even utopian – to seal a life in music, from one end of the tangle to the other. End to End, precisely: the two extremes of a line, the beginning as the conclusion, and beyond them only silence. At the age of 83, for the avant-garde double bass player Barre Phillips remains the time and space for only three more encores, divided into movements and compiled on the final disc on ECM, for a long time a second home to his peculiar sound art.

Everything ends exactly as it began: fifty years ago, similarly to Anthony Braxton’s coeval For Alto, Phillips’ Journal Violone was the first improvisation album for solo double-bass, claiming an autonomy that dates back to Johann Sebastian Bach’s six cello suites. And unlike that cornerstone of avant-jazz, defined by Phillips as “only bass sounds”, in fact it isn’t wrong to recognize a certain baroque elegance in these latter meditations, where there are never any marked dissonances, and indeed one can breathe the lyricism typical of the productions of Manfred Eicher – who has often accepted Phillips’ wilder nature, expressed alongside such champions as Dave Holland, Paul Bley and Evan Parker.

This recording is no different for me than any other previous one. I do what is pertinent to me and the outside world does its thumbs up, thumb’s down dance. [The Wire, August 2018]

It’s a solitary but proud de profundis, completely regardless of the extent to which it can satisfy one or the other faction – purists or avant-garde, in jazz as in classical music – giving voice to a chant of the soul instead of the hidden potential of the instrument/object. In this case, on the contrary, Phillips has no intention to display the extended techniques of which, by now, he has full control: rather he spontaneously abandons himself to klezmer echoes, convoluted arabesques and Sciarrino-esque fugues by way of natural harmonics (“Inner Door”), pursuing the melodic intuition of the moment with an almost impressionist look.

In contrast to the predominant airy mood and the accurate chiseling of the single notes, in the fourth movement of “Quest” and “Inner Door” the hand oscillates obsessively between two minor chords, so that it’s the constant rebound of the bow on the strings which dictates the rhythm of the dark digression, while the second part of “Outer Window” is even more nervous and airtight, whereas the percussion on the wooden surface reveals only a shade of tonality.

The path traced throughout the album does not reach a heartfelt or grandiose conclusion, but suddenly returns to silence as if every gesture had been essentially ephemeral, provisional. The “end” of Barre Phillips, in short, only emphasizes its substantial impossibility: a philosophical and spiritual testament, even more than a musical one.

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