Meredith Monk – Memory Game

★★★☆☆
Cantaloupe, 2020
contemporary classical, minimalism


(ENGLISH TEXT BELOW)

Difficile immaginare un’eredità di Meredith Monk che prescinda dalla partecipazione dell’autrice stessa: lo dimostra il fatto che esistano relativamente poche registrazioni ed esecuzioni dal vivo di sue musiche nelle quali non sia coinvolta in prima persona; e nonostante la nutrita cerchia di storici comprimari e l’impegno continuativo – attraverso workshop pubblici e privati – nella trasmissione del suo singolare approccio performativo, nessun discepolo potrebbe davvero colmare il vuoto della sua radiosa presenza scenica.

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Morton Feldman – For John Cage

Darragh Morgan / John Tilbury

★★★★☆
Diatribe, 2020
20th-century classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Si tende a semplificare eccessivamente la musica del Morton Feldman maturo come scevra da dinamismo, quasi fosse la simulazione dello scorrere di un tempo oggettivato e idealizzato, in alcun modo influenzabile dal sentire umano. La natura indubbiamente riflessiva, il carattere di perenne sospensione e irrisolutezza delle sue ampie partiture fanno sì che anche gli interpreti stessi, in molti casi, mantengano un certo “cerebrale” distacco nella loro esecuzione, che richiede peraltro un livello di concentrazione e disciplina non comuni. 
È anche per queste ragioni che ho percepito un netto contrasto tra le incisioni passate e la nuova pubblicazione dell’etichetta irlandese Diatribe, che vede il violinista Darragh Morgan e John Tilbury – massima autorità del pianismo feldmaniano – impegnati in una mirabile rilettura del brano esteso “For John Cage” (1982), intitolato al pioniere del secondo Novecento col quale l’autore intrattenne una lunga amicizia e un fervido dialogo intellettuale.

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Roger Eno & Brian Eno – Mixing Colours

★★★☆☆
Deutsche Grammophon, 2020
modern classical, ambient


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È sempre e soltanto la storia, e non l’arbitraria apposizione di un marchio, a decretare la statura di “classico” in riferimento a un autore e alla sua opera. E in effetti l’inclusione del primo progetto in duo dei fratelli Eno nel catalogo Deutsche Grammophon non è tanto un riconoscimento tardivo, quanto la prosecuzione di una linea editoriale volta ad ampliare e “svecchiare” il target della storica etichetta tedesca, che ha già preso sotto la sua ala alcuni tra i più prestigiosi esponenti della cosiddetta scena modern classical.
E non a caso, d’altronde, l’elemento cardine di questo atteso album collaborativo non è l’eclettico guru il cui nome evoca intere epopee artistiche del secolo scorso, bensì il fratello rimasto più umilmente ai margini della notorietà: Roger Eno ha coltivato il proprio stile nel corso di lunghi anni in maniera opposta all’approccio quasi scientifico di Brian, senza l’opera del quale, tuttavia, Mixing Colours non potrebbe esistere in questa sua forma finale.

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The Depths Above

Ko Ishikawa / Nikos Sidirokastritis / Giorgos Varoutas / Harris Lambrakis / Anna Linardou

Underflow, 2020
experimental / free folk, post-world

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Esiste un’utopia retroattiva? Se l’anelito a un futuro idealizzato, proiezione perfetta e totalizzante della nostra personale visione del “bene”, è per sua natura irrealizzabile, allora esso equivale al rifugiarsi col pensiero in un passato incorrotto, forse nemmeno mai esistito, dissociato dalla storia documentata del genere umano – glorioso nelle opere, perlopiù deprecabile nelle azioni. 
The Depths Above è il canto di un mondo prima del mondo e di un tempo fuori dal tempo, pre-culturale e pre-civilizzato, radicato nel ritualismo di esseri viventi che non conoscono divinità al di fuori di loro stessi: un orizzonte talmente sgombero dalla significazione e in contatto col puro sentire, che risulta difficile trovare il contesto e la disposizione mentale adatti a riconoscerne e apprezzarne l’eccentrica singolarità.

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Fire! Orchestra – Actions

★★★☆☆
Rune Grammofon, 2020
avantgarde, free impro-jazz

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La storia ufficiale sembra non aver dato troppo peso a un passaggio, se non cruciale, quantomeno emblematico nella musica del secondo Dopoguerra: con la prima esecuzione di “Actions” di Krzysztof Penderecki – partitura ‘per orchestra free jazz’, altrettanto significativamente presentata al festival di musica contemporanea di Donaueschingen nel 1971 – si realizzava un’epocale contaminazione tra l’ambito “colto” e quello del jazz; due mondi sino ad allora mantenuti orgogliosamente distinti e distanti da ambo le parti, e che qui per la prima volta si conciliavano senza compromessi di sorta in merito alla formazione e alle sue peculiari qualità espressive. 
Con la complicità dell’illuminato Don Cherry e della sua New Eternal Rhythm Orchestra, il compositore d’avanguardia polacco si assumeva questa sfida in nome dell’indole improvvisativa che ‘scorre nel sangue’ dei musicisti jazz, tratto che almeno allora non si poteva invece riscontrare negli strumentisti di formazione accademica. Se oggi tendiamo a dare per scontata (e quasi necessaria) la contaminazione tra tutti gli ambiti musicali, ai tempi una tale impresa portava con sé il brivido e l’entusiasmo di un atto sovversivo senza precedenti.

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Jóhann Jóhannsson & Yair Elazar Glotman – Last and First Men

Deutsche Grammophon, 2020
modern classical, dark ambient

(ENGLISH TEXT BELOW)

Un discreto numero di uscite postume ci ha condotto passo passo al progetto finale – forse davvero il più completo e ambizioso – della carriera di Jóhann Jóhannsson, tristemente venuto a mancare nel febbraio del 2018. Un documentario da regista e la relativa colonna sonora, presentati nella loro prima versione l’anno precedente al Manchester International Festival, ente commissionatore assieme al Barbican Centre di Londra e alla Sydney Opera House: successivamente il maestro islandese ne ha voluto ridimensionare, in qualche modo asciugare la ricca partitura orchestrale con l’aiuto del contrabbassista e compositore Yair Elazar Glotman, che in seguito al prematuro decesso ha assunto il ruolo di “archivista” e direttore del progetto musicale, rispettando le linee guida e la visione artistica del suo artefice.
Perciò la pubblicazione discografica ufficiale a marchio Deutsche Grammophon reca necessariamente la firma di entrambi, ma Last and First Men è a tutti gli effetti la chiusura del cerchio – per quanto imperfetta e putativa – sulla produzione di uno tra gli autori più prestigiosi e apprezzati del nostro tempo.

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Vladislav Delay – Rakka

★★★☆☆
Cosmo Rhythmatic, 2020
noise, avant-techno, post-industrial


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Le recenti performance dal vivo – un ritorno sulla scena a lungo atteso – lasciavano intendere che l’approccio di Sasu Ripatti alla materia elettronica avesse subìto un radicale stravolgimento, per non dire una tabula rasa di ciò che lo pseudonimo Vladislav Delay aveva sinora rappresentato con assoluta coerenza e stoicismo.
È già significativo, a suo modo, il passaggio dal prestigio settoriale della (fu) raster-noton o dell’autoproduzione alla Cosmo Rhythmatic da cui, in progetti collaterali separati, sono passati anche i due comprimari e connazionali Pan Sonic. In questo caso, però, la pubblicazione è in solo formato digitale, elemento che sottolinea la riflessione del sound artist finlandese in merito al cambiamento climatico, tema che in questi suoi anni di parziale stasi artistica si è reso sempre più pressante e palese – a maggior ragione sul territorio scandinavo. Sotto i ghiacci disciolti dal surriscaldamento globale, evidentemente, non rimane che l’aguzza e inospitale nudità delle rocce artiche (Rakka).

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