Zornography reloaded | 2020/1

John Zorn | Tzadik 8370-72
Virtue (2020) [Bill Frisell, Julian Lage, Gyan Riley]
Calculus (2020) [Brian Marsella Trio]
Baphomet (2020) [Simulacrum]



Virtue

Bill Frisell, Julian Lage, Gyan Riley
Tzadik, 2020 | folk

Un trio di chitarre di tale livello non poteva limitarsi a una sola comparsata, per quanto già significativa: ma è ad appena un anno di distanza da Nove Cantici Per Francesco D’Assisi (2019) che si riaffacciano i formidabili Bill Frisell, Julian Lage e Gyan Riley – ovvero una leggenda e due adepti entrati relativamente di recente nell’orbita zorniana – con un nuovo “concept” d’ispirazione mistico/cristiana, intitolato Virtue.
La santa badessa medievale Giuliana di Norwich è l’ultima tra le miriadi di figure della cultura sacra e (estremamente) profana che popolano l’universo creativo dell’enfant terrible americano: al guitar trio sono però concesse poche deviazioni free form da un gusto compositivo piuttosto equilibrato per gli standard di Zorn, qui più che mai prossimo a un’estasi senza zone d’ombra.

L’inebriante mistura di tratti folk, echi spagnoleggianti e inevitabili rimandi al verbo klezmer ci riportano a un altro memorabile episodio dell’epopea Masada: quello che Frisell condivise con i suoi comprimari Marc Ribot e Tim Sparks (Masada Guitars, 2003), benché i ventuno brani fossero alternatamente eseguiti in solo. Gli arrangiamenti di Virtue, invece, sono raffinatissime trame acustiche in cui le parti si equivalgono totalmente, la bravura del singolo si pone al servizio di un disegno complessivo nel quale nessun elemento prevale sull’altro.
Perciò come non riconoscere, nell’accordo espressivo dei chitarristi, lo stesso carattere uno e trino della divinità cristiana? Il canto delle loro corde è limpido e rilucente, laddove Zorn lascia da parte persino i suoi consueti sprofondamenti nell’oscurità dell’anima, tingendo i passi più posati di una dolcissima malinconia, un afflato poetico che ha il profumo tanto dei boschi nordici quanto dei litorali mediterranei.

Pur non potendo verosimilmente porre sulla stessa scala di valore l’eclettica produzione del maestro newyorkese, Virtue è senza alcun dubbio una delle pubblicazioni a marchio Tzadik più pregevoli degli ultimi anni: e ciò lo si deve, una volta tanto, anche a motivo della trasversalità con la quale può incantare allo stesso modo l’ascoltatore esperto e il novizio; è una porta d’accesso privilegiata, proprio perché relativamente inusuale, al lato più classico e “umano” di un ineludibile deus ex machina della musica contemporanea in senso assoluto.


A guitar trio of such high level could not be limited to a single appearance, although an already significant one: but it’ just a year after Nove Cantici Per Francesco D’Assisi (2019) that the formidable Bill Frisell, Julian Lage and Gyan Riley – that is, a legend and two adepts who entered the Zornian orbit relatively recently – with a new mystical/Christian-inspired “concept” entitled Virtue.
The medieval abbess Julian of Norwich is but the latest of the myriad figures from sacred and (extremely) profane culture that populate the creative universe of the American enfant terrible: however, the trio is granted very few free-form deviations from that which by Zorn’s standards is a rather balanced compositional taste, more than ever close to an ecstasy devoid of shaded areas.

The intoxicating mixture of folk traits, Spanish echoes and inevitable references to the klezmer verb take us back to another memorable episode of the Masada epic: the one Frisell shared with his peers Marc Ribot and Tim Sparks (Masada Guitars, 2003), although the twenty-one pieces were alternately performed solo. The arrangements of Virtue, on the other hand, are extremely refined acoustic textures in which the parts are totally equivalent, the skill of the individual is at the service of an overall design in which no element prevails over the other.
So how can we fail to recognize, in the expressive agreement of the guitarists, the same triune character of the Christian divinity? The chant of their strings is limpid and gleaming, as Zorn leaves out even his usual sinkings in the darkness of the soul, tinging the quieter pieces with a sweet melancholy, a poetic afflatus that contains the scent of both the Nordic woods and the Mediterranean coastlines.

Although one couldn’t possibly place the eclectic production of the New York master on the same scale of value, Virtue is no doubt one of the most valuable Tzadik releases in recent years: and this is also due, for once, to the transversality with which it can equally enchant the expert listener and the novice; it’s a privileged access door – precisely because it is relatively unusual – to the more classic and “humane” side of an unavoidable deus ex machina of contemporary music in the absolute sense.


Calculus

Brian Marsella Trio
Tzadik, 2020 | avant-jazz

Nel turbinoso maelstrom creativo di John Zorn non esistono formule conchiuse e immutabili: ogni cifra può in seguito divenire il coefficiente che va a sovvertire o risolvere un’altra espressione (algebrica, musicale), ulteriore emanazione di un ipertrofico e inestricabile Teorema del Delirio. Più di altri progetti coevi, il trio del pianista Brian Marsella è fortemente radicato nel terreno dei ‘Masada songbooks’: già protagonista del 31esimo volume del Book of Angels (Buer, 2017), la formazione completata da Trevor Dunn (contrabbasso) e Kenny Wollesen (batteria) opera anche in Calculus una lucida ma efferata dissezione della semantica klezmer-jazz zorniana, dipanata nel corso di due suite vulcaniche e travolgenti.

Elemento fulcrale e portante è appunto Marsella, membro tra gli altri del Banquet of the Spirits di Cyro Baptista e della poderosa big band Zion80: il suo fraseggio tentacolare e ipercinetico, unitamente all’evidente sintonia col materiale d’origine, è tanto ammirevole da poter bastare a sostenere l’intera impalcatura; ciò nonostante si rivela anche qui fondamentale l’affiancamento di una consistente sezione ritmica che, oltre a offrire soluzioni parallele assai puntuali, sottolinei le varie fasi della continua e travagliata metamorfosi stilistica concepita da Zorn, che avrebbe altrimenti rischiato di risultare fin troppo stucchevole. 

“The Ghost of Departed Quantities” mantiene una più netta distinzione tra il solido lirismo ‘hasidico’ dei temi principali e la loro successiva scompaginazione, approccio che a sua volta alterna vivaci improvvisazioni hard-bop e ridiscese nell’umbratile dominio della sospensione tonale – quando non della brutale dissonanza – d’eredità novecentesca. Sardonici inserti da vaudeville e detour allucinati di radicale astrazione condiscono ulteriormente l’alchimia dell’inscalfibile trio, anticipando il collasso totale ordito da Zorn nelle successive “Parabolas”: i refrain si sclerotizzano, i ritmi si frantumano, la diteggiatura si fa ancora più energica e affilata, mentre nei rari momenti di quiete si raggrumano le tecniche estese del contrabbasso, preludendo a un inevitabile rincaro della dose avanguardistica. 

Come spesso accade col maverick newyorkese, la soggiacente materia jazz si sporca a tal punto da divenire danse macabre, un giro di giostra al contempo mortifero e sovreccitato nel quale le regole prestabilite divengono l’espediente per la negazione delle stesse. Con Calculus ci si imbarca, insomma, per un altro sublimante viaggio tra le burrascose correnti dell’ingegno zorniano, condotto con entusiasmo e mano sicura da tre capitani coraggiosi.


In John Zorn’s swirling creative maelstrom there are no concluded and unchangeable formulas: each figure can later become the coefficient that subverts or solves another (algebraic, musical) expression, further emanation of a hypertrophic and inextricable Theorem of Delirium. More than other contemporary projects, Brian Marsella’s piano trio is strongly rooted in the terrain of the ‘Masada songbooks’: already the protagonist of the 31st volume of the Book of Angels (Buer, 2017), also in Calculus the line-up completed by Trevor Dunn (double bass) and Kenny Wollesen (drums) carries out a lucid but heinous dissection of Zorn’s klezmer-jazz semantics, unraveled through two volcanic and overwhelming suites.

A member of Cyro Baptista’s Banquet of the Spirits and the mighty big band Zion80, Marsella is indeed the pivotal and load-bearing element: his sprawling and hyperkinetic phrasing, as well as the evident accord with the source material, are so admirable that he could hypothetically support the entire framework; nevertheless, here too the support of a substantial rhythmic section turns out to be essential since, in addition to offering very punctual parallel solutions, it underlines the different phases of the uninterrupted and troubled stylistic metamorphosis conceived by Zorn, which otherwise would have risked being too cloying.

“The Ghost of Departed Quantities” maintains a clearer distinction between the solid ‘hasidic’ lyricism of the main themes and their subsequent disruption, an approach that in turn alternates lively hard-bop improvisations and occasional descents into the shadowy domain of tonal suspension – if not brutal dissonance – of twentieth-century heritage. Sardonic vaudeville inserts and hallucinated detours of radical abstraction further drizzle the alchemy of theboundless trio, anticipating the total collapse hatched by Zorn in the subsequent “Parabolas”: refrains become sclerotic, rhythms shatter, the fingering gets even more energetic and sharp, while in the rare moments of calm the extended techniques of the double bass coagulate, preluding to an inevitable increase in the avant-garde dosage.

As often happens with the New York maverick, the underlying jazz matter gets so dirty that it turns into a danse macabre, a carousel ride at the same time mortiferous and overexcited in which the pre-established rules become the expedient for the negation of the same. Thus, with Calculus we embark on another sublimating journey through the stormy currents of Zorn’s genius, conducted with enthusiasm and a steady hand by three courageous captains.


Baphomet

Simulacrum
Tzadik, 2020 | prog/jazz-metal

Terza pubblicazione in trio consecutiva per il catalogo a firma Zorn, questa volta affidata a una formazione decisamente consolidata del suo entourage: è dal 2015 che l’ensemble Simulacrum – incentrato su John Medeski (organo), Kenny Grohowski (batteria) e Matt Hollenberg (chitarra) – ritorna frequentemente in varie vesti, dall’album omonimo ai concept Inferno e The Garden of Earthly Delights; risale soltanto allo scorso gennaio, inoltre, l’album live Beyond Good and Evil, ricettacolo di sfrenate improvvisazioni elettriche che ben ne rappresentano il muscolare potenziale (pur con qualche sorvolabile momento di stanca creativa).

In termini di pura ambizione, tuttavia, un progetto come Baphomet ha pochi precedenti persino per loro: intitolato all’omonima figura dell’occultismo pagano idolatrata dai cavalieri Templari – già ispiratori dell’ultima incarnazione di Moonchild nel 2012 – l’album è costituito di un’unica traccia di quaranta minuti tesa a compendiare l’inventiva melodica di Zorn e l’impatto dirompente del metal estremo.
In tal senso si dimostra decisivo l’apporto di due “nativi” come Hollenberg (attivo dai primi anni Duemila con le band Cleric e Cetus) e Grohowski (ora, tra gli altri, coi micidiali Imperial Triumphant): il loro massiccio interplay fonde gli stilemi thrash, grind e sludge in un amalgama dall’andamento tortuoso e imprevedibile, cui l’organo e il Clavinet di Medeski aggiungono sfumature prog altrettanto grezze e abrasive.

La struttura modulare e l’alternanza soft/loud dei vari segmenti – oltre alle date d’incisione, tre giorni consecutivi nel febbraio 2020 – confermano che la traccia unica sia in realtà la sommatoria di vari take distinti. Si deve dunque alla scrittura e alla conduzione di Zorn la piena coerenza del mood e l’entusiasmo infuso dai tre virtuosi nelle sessioni in studio: è in risposta ai suoi gesti e segnali in codice che si manifestano i subitanei cambi di direzione (dai suadenti arabeschi in clean alla cieca furia hardcore), gli intermezzi stranianti (la prima Toccata dal ‘Clavicembalo Ben Temperato’ di Bach), le accumulazioni rumoriste e le deflagrazioni nel caos controllato, tutti elementi inconfondibili di un modus operandi affinato nel corso di interi decenni.

Si dispiega dunque un canovaccio che, a seconda della familiarità e delle predilezioni del singolo ascoltatore, può essere recepito come una superflua variazione su temi arcinoti o come un altro galvanizzante saggio dell’insaziabile vena creativa del maestro americano. In ogni caso, il tour de force intrapreso dai Simulacrum fa sfoggio di una preparazione tecnica – tipicamente ineccepibile – che da sola basta a dedicarvi almeno un tentativo.


This is the third consecutive trio publication in Zorn’s own catalogue, this time entrusted to a decidedly consolidated group from his entourage: since 2015 the ensemble Simulacrum – centered on John Medeski (organ), Kenny Grohowski (drums) and Matt Hollenberg (guitar) – has frequently returned in various guises, from the album of the same title to the concepts Inferno and The Garden of Earthly Delights; furthermore, it was released only last January the live album Beyond Good and Evil, a receptacle for unbridled electric improvisations that well represent their muscular potential (albeit with some negligible moments of creative fatigue).

In terms of pure ambition, however, a project like Baphomet has few precedents even for them: entitled to the homonymous figure of pagan occultism idolized by the Templar Knights – already the inspirers of Moonchild’s last incarnation in 2012 – the album consists of a single 40-minute track aimed at reconciling Zorn’s melodic inventiveness with the disruptive impact of extreme metal.
In this sense, the contribution of two “natives” such as Hollenberg (active since the early 2000s with the bands Cleric and Cetus) and Grohowski (now, among others, with the deadly Imperial Triumphant) proves decisive: their massive interplay blends the stylistic features of thrash, grind and sludge in an amalgam following a tortuous and unpredictable course, to which Medeski’s organ and Clavinet add equally rough and abrasive prog nuances.

The modular structure and the soft/loud alternation of the various segments – in addition to the recording dates, three consecutive days in February 2020 – confirm that the single track is actually the sum of various separate takes. The consistency of the mood and the enthusiasm infused by the three virtuosos in the studio sessions are therefore due to Zorn’s writing and conduction: it’s actually in response to his gestures and coded signals that take place the sudden changes of direction (from suave arabesques in clean to the blind fury of hardcore), the alienating interludes (the first Toccata from Bach’s ‘Well-Tempered Clavier’), the noise accumulations and the deflagrations into a controlled chaos, all unmistakable elements of a modus operandi refined over the course of entire decades.

This way a plot unfolds which, depending on the familiarity and preferences of the individual listener, can be perceived as an unnecessary variation on well-known themes or one more galvanizing sample of the American master’s insatiable creative vein. In any case, the tour-de-force undertaken by Simulacrum displays a technical preparation – typically impeccable – which alone is worth at least one try.

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